Nôtre Dame: il tempo delle polemiche

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Sotto il sole di una tiepida giornata primaverile, tutto sembra come prima sul quai des Tournelles.

La Senna accoglie il suo viavai di bateaux mouche, i turisti si attardano a fotografare Notre Dame coi loro smartphone, i ciliegi e i noccioli in fiore nello splendido giardino alle spalle della cattedrale impreziosiscono con la loro bellezza i colori degli immensi rosoni rimasti miracolosamente intatti. Gli innamorati si tengono per mano, le guide turistiche impartiscono ordini a gruppi indisciplinati di turisti vocianti, i bouquinistes sorridono ai passanti in attesa che qualcuno presti attenzione ai loro libri e alle loro cartoline. È soltanto alzando gli occhi al cielo che ci si accorge che qualcosa non va, che si percepisce un’assenza.

C’è troppo cielo su Notre Dame. Il tetto e la guglia non ci sono più. Spazzati via dalla furia del fuoco. Ho visto le fiamme -altissime – dal mio balcone, lunedì scorso. Uno spettacolo tragico, di quelli in cui si attende un sipario che non si chiude mai, di quelli che spezzano il cuore, di quelli in cui lo sgomento ha la meglio sui pensieri. La guglia è diventata una torcia gigantesca prima di schiantarsi sul tetto. Notre Dame da lontano appare minuscola rispetto alla mole della Tour Montparnasse o a quella della Tour Eiffel, eppure è lì che batte il cuore di Parigi. È stata una brutta notte, di quelle in cui non si riesce a prendere sonno, impossibile non fare un parallelo con la sera del 13 novembre di quattro anni fa, quando il mondo ha smesso di girare e si è fermato al Bataclan. A Notre Dame non ha perso la vita nessuno, ma è morto un frammento di ognuno di noi; è strano considerare che quel monumento, così come l’abbiamo conosciuto, ammirato e considerato familiare, sia ridotto allo stato di ricordo. È strano considerare come l’immagine di Notre Dame nella mia memoria, non sarà la stessa impressa nella memoria di mia figlia, che ora ha sette anni e che una volta il fuoco spento mi ha chiesto: « e adesso sta meglio? ».

Dopo la tristezza, è arrivato in fretta il tempo degli annunci politici e delle gare di solidarietà fra miliardari desiderosi di lasciare un’impronta sull’Hollywood Boulevard dell’eternità. Una lotta fra titani a colpi di centinaia di milioni di euro, prima i cento di Pinault, seguiti a ruota dai duecento di Arnault e ancora seguiti dall’annuncio di Pinault di rinunciare alla de-fiscalizzazione prevista per questo tipo di doni destinati al patrimonio. Al duo di star della lista Forbes si sono aggiunti i Bettencourt di L’Oreal e la multinazionale degli idrocarburi Total. In poche ore la cifra messa a disposizione per ricostruire la cattedrale ha raggiunto i 750 milioni di euro. Di che lasciare perplessa buona parte dei Francesi che – dopo cinque mesi di manifestazioni dei gilet gialli – pur sollevati dal fatto che l’edifico storico potrà essere ricostruito senza lesinare sui fondi, non hanno potuto fare a meno di considerare che « la sofferenza degli uomini vale meno di un monumento ». Altro pensiero amaro: Arnault e Pinault, come hanno rivelato i Paradise Papers, sono campioni nell’ottimizzazione fiscale, eufemismo per definire l’evasione di grandi capitali nei paradisi fiscali quali Jersey, Malta e Cayman. Se in tutti questi anni le due grandi fortune avessero versato il dovuto al fisco, lo Stato potrebbe ampiamente permettersi di riparare Notre Dame senza l’aiuto dei mecenati, ora osannati dalla stampa del mondo intero.

E per finire, tra i brontolii che indignano i Francesi, e non solo, l’esasperazione causata da un’ipocrisia generale: essendo sotto la luce dei riflettori, Notre Dame vede la corsa alla solidarietà e un flusso di denaro immediato, mentre nel resto della Francia, centinaia di altre chiese e monumenti di prestigio che necessiterebbero un restauro immediato si degradano nell’indifferenza generale. Il critico d’arte Luca Nannipieri ha espresso la stessa osservazione per quanto riguarda l’Italia, mostrando sui social network lo stato pietoso in cui versa buona parte del nostro patrimonio artistico mentre la nostra nazione piange Notre Dame. Si è fatto vivo anche il Brasile, per ricordare che l’anno scorso il Museo Nazionale di Rio ha subito un incendio disastroso perdendo la maggior parte di opere esposte, tra cui reperti rari e preziosissimi provenienti dalle culture pre-colombiane, e sta ancora aspettando i fondi per i restauri. A guidare i mecenati sarebbe quindi l’amore dell’arte o l’amore del proprio ego?

Intanto, il presidente Macron non ha perso la sua ossessione per la « start up nation » e già pensa al futuro di Notre Dame promettendo mari, monti, tempi brevi e innovazione. La cosa più saggia detta in questi giorni, l’ha probabilmente espressa il professore in storia dell’architettura Alexandre Gady ai microfoni della trasmissione « Quotidien » di Yann Barthes: « il patrimonio ha tempi diversi da quelli della politica » . Il presidente Emmanuel Macron ha annunciato infatti di voler ricostruire la cattedrale martirizzata «in cinque anni, e più bella di prima ». Ovviamente il Presidente pensa ai Giochi Olimpici del 2024. Ma come può azzardare questa promessa, quando gli esperti non si sono ancora pronunciati sullo stato della struttura, quando la diagnosi per la cattedrale ferita non è stata ancora ufficialmente espressa? Come reagirà la struttura gotica al crollo della volta centrale? « l’architettura gotica somiglia al gioco di shangai: è difficile toccare una piccola parte senza far muovere tutto il resto » ha spiegato Gady. Come reagirà poi la pietra quasi millenaria innaffiata per otto ore di fila dalle lance dei pompieri? Il professore di storia dell’architettura è cauto: «c’è il rischio che la pietra sia resa più fragile dall’acqua, che si sviluppino funghi, perché asciughi completamente saranno necessari tempi lunghi, circa un anno ». Cinque anni è invece il termine che il presidente vorrebbe imporre, mentre il Primo Ministro Edouard Philippe ha appena annunciato un concorso internazionale che inviti gli architetti di tutto il mondo a presentare progetti innovativi per rifare la guglia centrale crollata nella violenza delle fiamme. L’iniziativa ha già scatenato la polemica e diviso la popolazione, tra quelli – la maggioranza – che implorano il presidente di riavere Notre Dame identica a prima e quelli che non sono contrari a un’innovazione che permetta di segnare questo tragico momento chiave nella storia dell’edificio, in modo che la struttura possa essere « letta » nelle sue successive epoche storiche e negli eventi che l’hanno coinvolta. Ma l’impressione generale è che il presidente abbia fretta di segnare la sua epoca come già fecero altri capi di Stato con opere impressionanti e talvolta azzardate, basti pensare al Beaubourg voluto da Pompidou o alla Piramide del Louvre costruita sotto Miterrand. « Una fretta inopportuna » tuonano in molti, timorosi che Notre Dame si ritrovi a fare le spese delle ambizioni di un giovane presidente indebolito dal conflitto sociale scatenato dai gilet gialli e smanioso di ritrovare prestigio, magari traendo profitto da questa catastrofe.

Notre Dame: il tempo delle polemiche

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