Sul banco degli imputati sempre la donna, mai l’uomo, mai l’orco. Si giudica la vittima, spesso più di quanto si giudichi il carnefice. Asia Argento non fa eccezione. 

« Perché non hai denunciato prima? » « perché sei stata zitta? » « perché non hai detto di no? » Ancora una volta, una donna denuncia un uomo per aggressione sessuale. Non un uomo qualunque, un potente, potentissimo produttore di Hollywood, il magnate Harvey  Weinstein. Lo denunciano decine di altre donne, tutte credibili, alcune celeberrime star, si leggono i nomi di Angelina Jolie e Gwyneth Paltrow, di Léa Seydoux e Ashley Judd. La cronaca più sordida si mescola al glamour a paillettes del mondo del cinema. Fra quelle che si decidono a parlare c’è anche un’attrice italiana, Asia Argento.

E ancora una volta, l’ennesima, perché delle abitudini non ci si libera facilmente, nemmeno di quelle pessime, sul banco degli imputati si ritrova lei, la donna, la donna che parla e racconta l’affronto subito, la vergogna e il dolore, la donna che si mette a nudo. Ancora una volta le accuse piovono sulla vittima più di quanto bersaglino il carnefice.

Ci vuole coraggio a parlare, perché quando una donna denuncia, sa che attorno non troverà il conforto della compassione, ma il terreno minato del sospetto.

« Perché denuncia solo ora? » «eppure é stata consenziente » « e comunque ha fatto comodo alla sua carriera ».

Ad essere scorticata, analizzata, vivisezionata nell’anima e nelle intenzioni, é sempre lei, mai lui. In questo caso, fiumi di inchiostro per fare il processo a Asia Argento, poche righe laconiche per raccontare quel che ha fatto Weinstein, conclamato predatore sessuale che ha intimidito decine di ragazze col ricatto più bieco: « o ci stai, o la tua carriera è finita ».

Ma quest’ultima frase deve essere un refrain ormai così ben metabolizzato dalla nostra società, più condizionata da valori arcaici di quanto ne siamo coscienti, da essere ascoltato quasi con indifferenza. Non sarebbe così strano trovare persino qualche fan del produttore, qualcuno che sotto sotto, in maniera più o meno esplicita, quel Weinstein lo ammira. « In fondo, se ci sono state… ». Eh già.

Non mi interessa sapere cosa è successo esattamente tra Asia e Weinstein, su quella frequenza disturbata solo dai fruscii delle lenzuola.

Quel che mi interessa è questa dinamica tremenda che si ripete ogni volta, come un rituale macabro. « Denunci? E tu sei sicura di non essertela cercata? Quali vantaggi hai avuto? «

Era già accaduto in Francia alla giornalista Flavie Flament. L’opinione pubblica ha la memoria corta, lo scompartimento pubblico dei ricordi ha la taglia di un moscerino.

La Flament fu ripetutamente violentata dal fotografo David Hamilton, celebre per i suoi nudi efebici di adolescenti. Flavie era una delle sue mini-modelle, aveva solo 13 anni all’epoca dei fatti. Era la madre ad accompagnarla agli appuntamenti. Trent’anni dopo, la giornalista francese ha deciso di denunciare quell’uomo diventato celebre e osannato dai media per la grazia dei suoi ritratti, quando quei ritratti non rappresentavano altro che le creature da lui violate. Ha scritto un libro « La Consolation » dove il fotografo pedofilo appare in tutto il suo squallore. Flavie ha rotto il silenzio, si è scagliata contro un gigante che l’ha minacciata in tutti i modi, prima che altre decine di ragazze lo denunciassero a loro volta, e prima che lui, forse per sfuggire alla vergogna e ad accuse senza scampo, ponesse fine ai suoi giorni nel suo appartamento parigino.

In molti, a partire dai suoi stessi famigliari, quando la Flament si decise a parlare, diedero il la al balletto dei sospetti. Contro di lei, naturalmente. « Perché ha parlato solo ora? » oppure l’odiosa sentenza: « vuole farsi pubblicità ai danni di un fotografo famoso ».

D’altra parte lo aveva detto anche lui, David Hamilton, quando, credendosi inattaccabile l’aveva ridicolizzata davanti alla stampa. « Vuole farsi pubblicità, vuole guadagnare dei soldi con questa storia. Perché ne parla solo ora? »

Per fortuna qualcuno, in alto,  prese le rivelazioni di Flavie Flament sul serio, molto sul serio. Il Ministro per la Famiglia Laurence Rossignol, il 22 novembre 2016 presentò il suo nuovo piano d ‘azione contro la violenza sulle donne. Annunciò di avere scelto proprio Flavie Flament per essere a capo di una missione incaricata di stabilire il possibile allungamento dei termini di prescrizione per tutti quei crimini che, subiti sotto una forte pressione psicologica in età molto giovane, hanno spinto la vittima a murarsi nel silenzio e nella colpevolezza piuttosto che a denunciare.

Ma a volte anche quando la violenza viene denunciata subito, l’esercito dei moralizzatori da tastiera non tace.

Qualche anno fa, la Francia si svegliò con la gueule de bois, l’espressione stranita che si ha al risveglio dopo una sbronza, scoprendo in tv le immagini di Dominique Strauss-Khan, ammanettato e scortato da due poliziotti americani, dopo che una cameriera del Sofitel di New York lo aveva denunciato per violenza sessuale.

Strauss-Khan era fino a quel momento uno dei favoriti nella  vicina campagna presidenziale che avrebbe poi visto la vittoria di Hollande.

E’ il caso di ricordare tutto ciò che venne detto a proposito di Nafissatou Diallo?

I commenti sul suo aspetto fisico? L’ironia becera di chi latrava « per aver violentato una così, doveva veramente essere un assatanato »? Le accuse di chi vedeva in quella  denuncia un modo per estorcere denaro?

Questa volta la domanda degli improvvisati pubblici ministeri da social network non fu « perché hai taciuto? », bensì « perché hai parlato? »

Nafissatou Diallo pagata dall’opposizione francese ostile a un’eventuale presidenza guidata da Strauss-Khan? Nafissatou Diallo membro di una famiglia di malavitosi newyorkesi?

Soprattutto, Nafissatou Diallo che -senza quella violenza – non avrebbe mai visto tanti soldi in vita sua, come se uno stupro con un illustre libidinoso fosse paragonabile, quando sei una povera ragazza di colore del Bronx, a una vincita alla lotteria.

All’inizio, in pochi ammisero subito che Dominique Strauss Khan era un noto predatore sessuale, un libertino ossessionato dal sesso, e che tutti, proprio tutti, nelle alte sfere politiche, ne fossero al corrente.

Addirittura un noto editorialista, Jean François Khan, fondatore della rivista Marianne, commentò l’affare parlando di « troussage de soubrette », un’espressione del secolo scorso, riferita all’ « usanza » di certi nobili di aggredire sessualmente le giovani cameriere al loro servizio. Un evento ordinario. « Troussage de soubrette »: un termine folkloristico, per definire cose di poca importanza. Pur di difendere il campione socialista, si arrivò a questo.

Attraverso la maniera in cui la violenza sessuale viene considerata, si può avere un riflesso piuttosto eloquente di una società. L’Italia che dice ad Asia Argento « dovevi dirlo prima » o « in fondo le ha fatto comodo » è la stessa Italia che, quando due carabinieri violentarono delle studentesse americane a Firenze, solo qualche settimana fa, sfornò commenti tipo « come mai sono salite in macchina con loro? » o ancora «erano ubriache perse, in fondo se la sono cercata ». La vittima è giudicata almeno quanto il carnefice e deve far fronte alla stessa mole di veleno mediatico. Spesso e volentieri da parte delle donne stesse.

In fondo, ci hanno educate a volerci male.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here