Era il gennaio dello scorso anno: il giornalista di Libération Alexandre Hervaud annunciava che la presidente della giuria del festival di Cannes sarebbe stata Cate Blanchett. Nel pezzo, l’autore non mancava di sottolineare che Blanchett era una coraggiosa militante per i diritti femminili, cauzionando dunque con piacere la presenza della diva australiana sulla Croisette.

David Doucet invece, redattore capo della mitica rivista Les Inrockuptibles, non esitava a dedicare un articolo pieno di elogi in onore della sportiva norvegese Ada Hegerberg, primo Pallone d’Oro della storia del calcio femminile.

Tutto questo accadeva prima. Prima che Doucet, Hervaud e una quindicina di altri giornalisti e pubblicitari, tutti brillanti, tutti « cool », tutti popolari, tutti giovani eroi dell’universo mediatico francese 2.0, si rivelassero in realtà dei cyber-molestatori responsabili di aver rovinato la vita a colleghe blogger e giornaliste per anni.

Anni di sevizie virtuali, di minacce, di scherzi di pessimo gusto, di allusioni volgari alla loro vita sessuale, di fotomontaggi umilianti, di commenti atroci rivolti al loro aspetto fisico o alle loro doti intellettuali. Il tutto veniva dato in pasto al pubblico su Twitter. 

Si erano auto-definiti « la ligue du Lol » e sono stati attivi in particolare tra il 2009 e il 2013 ma « la lega » esiste tuttora. Lo scopo iniziale del gruppo era « trollare » in modo bonario colleghi, ma soprattutto colleghe, « per ridere ». Il problema è che il gioco, già discutibile di per sé poiché messo in atto da professionisti dell’informazione, è presto scivolato sul terreno delle ingiurie e delle minacce, di una presa in giro costante e feroce, a cui si sono aggiunte le voci di troll esterni alla Ligue, motivati dall’odio persecutorio che avvelenava il web e innescava un’azione spietata e collettiva contro vittime inermi.

Mona Chollet nel suo libro Sorcières (Streghe) ricorda come il massacro di centinaia di migliaia di “streghe” in pieno Rinascimento, sia sovente ricordato quasi come un fenomeno di folklore, a cui fare riferimento con un’aria divertita. Forse perché le vittime erano “soltanto” donne? Oggi, sembra di assistere a un fenomeno simile, il rogo e la gogna sono virtuali, ma per dieci anni, chi ha assistito a questo massacro mediatico lo ha fatto passivamente, magari con un’aria divertita.

Certe blogger, colpevoli secondo la logica del « branco » di essere « brutte, stupide, femministe » sono diventate l’oggetto delle attenzioni ossessive di alcuni membri della Ligue. Il gioco al massacro è andato avanti per anni, fino a che, qualche giorno fa, il quotidiano Libération ha rivelato l’esistenza del gruppo in un articolo che ha sconvolto il mondo dei media d’oltralpe. 

A lanciare la lega su Twitter è stato Vincent Glad, « beau gosse » (bel ragazzo) della trasmissione « Le Grand Journal » su Canal Plus e colllaboratore di Libération. Volto pulito e look alla moda, idee progressiste e open-mind, Glad è agli antipodi di quel che ci si figura nel’immaginario collettivo come un molestatore seriale. Eppure. 

Il giornalista ha tentato di difendersi dicendo che la Ligue « è un mostro sfuggito di mano», ma le testimonianze delle vittime, una più sconvolgente dell’altra, si accumulano e fanno sembrare le scuse dei protagonisti ben poca cosa. Daria Marx è una delle fondatrici del collettivo « Gras politique » e da anni si batte contro la grassofobia. Due anni fa ha messo in causa Marlène Schiappa, oggi Segretario per le Pari Opportunità nel governo Macron, per il suo libro « Osate l’amore delle grasse » giudicato discriminante. Daria è stata uno dei bersagli preferiti della Ligue du Lol: minacce di morte e prese in giro umilianti, a centinaia, per giorni e giorni, fino al ricorso allo psichiatra. « Non dormivo, piangevo, mi svegliavo la notte per vedere se gli insulti avevano cessato, mi coricavo con le ingiurie e quando mi alzavo al mattino, avevo già 40 messaggi di odio che circolavano sui social network ».

Lo scrittore Matthias Jambon Puillet ha vissuto un calvario per anni: preso di mira dalla Ligue, ha visto una sua foto trasformata in meme pornografico e inviata a decine di utenti minorenni.

La giornalista Florence Porcel è stata invece vittima di uno scherzo atroce, l’autore sarebbe David Doucet, redattore capo web di Les Inrock. Quest’ultimo l’avrebbe chiamata facendole credere di essere assunta in una trasmissione di successo. La registrazione della chiamata è stata poi messa online, per esporre la giovane giornalista al pubblico ludibrio. La crudeltà gratuita non si limitava alla sfera virtuale. La blogger e giornalista Nora Bouazzouni rivela che più volte, diversi membri della Ligue si recavano a serate mondane dove le vittime erano state invitate, per proseguire l’opera persecutoria, attraverso intimidazioni e prese in giro di fronte a tutti. 

Omofobia e razzismo non mancavano al cocktail velenoso delle ingiurie. La giornalista di Arté Radio Mélanie Wanga, ennesima vittima delle molestie 2.0, rivela: « mi hanno scritto che quello che dicevo faceva venire voglia di iscriversi al Ku Klux Klan ». 

Ciò che sconvolge maggiormente i Francesi è il contesto in cui questo cyber-bullismo si è sviluppato. Non il cortile di ricreazione di una scuola media, tra maschi imberbi in preda ai furori dell’acne e degli ormoni, non in un ambiente povero, maschilista e privo di cultura. No. Siamo nel cuore dei media francesi progressisti, quelli che parlano di femminismo, quelli che hanno accompagnato il #metoo con omaggi al coraggio delle vittime, quelli che celebrano l’apertura, l’arte, il multi-culturalismo. Sono uomini adulati dal pubblico, sono di buona famiglia, frequentano i « places to be », sono esperti di cinema, di nuove tecnologie, di arte.

Dei dottor Jekyll insospettabili, con le loro sneakers alla moda e le loro barbe da hipster, pronti però a rivelarsi dei crudeli molestatori dietro le tastiere. « È solo un gioco, non è la vita vera » dicevano alle vittime che lamentavano di non riuscire più a condurre un’esistenza normale. Molti membri della Ligue du Lol in questi giorni sono stati sospesi dai media presso i quali lavoravano. Il conto con la realtà, è arrivato anche per loro. 

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