Véronique e Thierry Roy sono i genitori di Quentin, 23 anni, indottrinato da alcuni “amici”, convertito all’Islam, radicalizzato e partito per la Siria dove ha trovato la morte tre anni fa. Quentin era un ragazzo come tanti, nato e cresciuto in una famiglia laica, colta, amante della musica. La famiglia Roy ed altre famiglie colpite dalla tragedia della radicalizzazione sono all’origine di questo messaggio diretto al Parlamento Europeo. Molti affiliati allo Stato Islamico sono partiti coi loro bambini o hanno avuto figli in Siria o in Iraq. Quei bambini oggi non hanno patria, vivono in campi di detenzione con le madri, privati di ogni diritto, i Francesi sono circa un centinaio. Bambini senza colpa scontano le colpe dei genitori, sotto gli occhi della comunità internazionale finora inerte. Oggi la Francia ha ascoltato questa supplica e ha preso l’iniziativa di rimpatriare i prigionieri e i loro figli, ma le paure e le polemiche legate a questa decisione sono ancora vivissime. Davincipost decide di pubblicare il messaggio delle famiglie, affinché – dal momento che anche l’Italia è coinvolta e si trova di fronte agli stessi interrogativi – si possa comprendere meglio la situazione e le sue possibili conseguenze.

Eva Morletto

 

 

Messaggio del Collettivo Famiglie Unite (Francia)

ai deputati europei

Centinaia di bambini europei -praticamente ogni paese dell’Unione è coinvolto – si trovano da mesi nei campi di detenzione in Siria, qualcuno da più di un anno e mezzo. Questi bambini, che molti « esperti » hanno diabolizzato agli occhi dell’opinione pubblica, sono per la maggioranza di un’età inferiore ai cinque anni. Alcuni Paesi, fra cui la Francia e il Belgio, hanno preso posizione per il rimpatrio dei bambini senza la loro madre. 

Oggi, malgrado i ripetuti annunci da parte di qualche governo, nessun bambino è tornato dai campi siriani! 

La soluzione individuata da Francia e Belgio, che presuppone l’accordo materno, implica una selezione intollerabile fra i bambini, dal momento che alcuni sarebbero rimpatriati e altri no. I bambini sono tutti innocenti: non hanno chiesto nulla, non sono colpevoli di nulla, sono vittime della guerra e dello Stato islamico. Questi bambini europei sono prigionieri. Non hanno accesso all’educazione, non frequentano la scuola, non possono giocare. Le condizioni materiali in cui vivono sono estremamente precarie, e l’accesso alle cure mediche è difficile, per non dire inesistente. 

Non ricevono alcun sostegno da parte di psicologi o psichiatri, devono affrontare condizioni climatiche sempre più dure, col freddo sempre più intenso: alcuni non sopravviveranno a questo inverno. 

Questi bambini sono francesi, belgi, olandesi, tedeschi, inglesi, portoghesi, spagnoli, italiani, danesi, svedesi….in nome di quale diritto il loro proprio Paese rifiuta il rimpatrio? Che cosa hanno fatto per essere così discriminati? Le soluzioni avrebbero potuto essere messe in pratica da mesi, ma non è stato fatto niente! 

Sono questi bambini che pagano il tributo più pesante, che soffrono e che sono lasciati in uno stato di totale abbandono da parte dei loro Paesi, come se dovessero pagare per le colpe dei genitori. Questi bambini europei sono privati di ogni diritto, contravvenendo alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, firmata da tutti i Paesi europei. 

L’interesse superiore di ognuno di questi bambini è di venire rimpatriati nel Paese d’origine, di essere reinseriti o inseriti nella società, di disporre degli stessi diritti di cui godono i bambini nei nostri Paesi: libertà, sicurezza, diritto all’educazione, accesso alle cure mediche, attività ricreative. 

Chiediamo ai governi dei Paesi europei che hanno abbandonato questi piccoli al loro destino da ormai troppi mesi, di organizzare al più presto il loro ritorno, prima che alcuni di loro periscano nei campi, di incidenti, di malattia o vittime di nuovi atti di guerra. 

Le madri di questi bimbi prigionieri con loro nei campi, non hanno alcuna prospettiva di processo sul posto. Le autorità curde hanno annunciato che non le giudicheranno, come non giudicheranno le mogli siriane dei combattenti di Daesh. 

I nostri stati europei possono fare la scelta di ignorare ogni regola condannando queste donne a un esilio perpetuo, a essere relegate in un limbo senza diritti, a diventare de facto senza patria – tutte condanne contrarie alle nostre leggi? 

O al contrario decideranno finalmente di prendere le proprie responsabilità, estradando queste donne europee affinché possano essere giudicate nel corso di un processo equo? Questa soluzione, conforme allo spirito della nostra giustizia e conforme ugualmente alla Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia, permetterebbe il rapido rimpatrio di tutti i bambini europei. 

I Paesi europei hanno adottato nei confronti dei loro cittadini prigionieri un’attitudine identica: questi individui devono essere giudicati sul posto e ogni estradizione o rimpatrio sembra per il momento escluso, nonostante dei mandati di arresto internazionali pesino su un certo numero di persone attualmente in detenzione. In Siria la maggior parte di europei sono detenuti dalle forze curde, ovvero un’entità non governativa e non riconosciuta a livello internazionale. Attualmente, gli uomini sono detenuti nei penitenziari, e le donne nei campi (a Roj, Aïn Issa, Al-Hol). Le autorità curde hanno fatto sapere che non giudicheranno questi prigionieri e hanno chiesto espressamente alle autorità dei rispettivi Paesi di recuperarli. 

Malgrado ciò, i governi europei sono rimasti sulle proprie posizioni, sebbene la prospettiva di un processo in loco diventi via via più improbabile. 

Dei cittadini europei sono stati già giudicati in Iraq, Paese in cui la pena di morte è tuttora in vigore. Le organizzazioni umanitarie hanno tutte insistito sul fatto che in Iraq la giustizia sia ben lontana dai canoni europei: nessuna istruzione degna di questo nome, procedure sbrigative, difesa quasi inesistente, processi realizzati in meno di un’ora. Queste pratiche non hanno smosso le posizioni europee, nonostante le nostre autorità abbiano la possibilità di chiedere alla giustizia irachena che i cittadini europei scontino la pena nel loro Paese d’origine. 

Decine di bambini europei sono ancora prigionieri in Iraq, è tempo di rimpatriarli! 

In Siria, la guerra è alle sue battute finali. Tuttavia, i bombardamenti della coalizione sulle ultime zone controllate dalle forze di Daesh hanno provocato numerose vittime civili. Famiglie intere, numerosi bambini e fra questi dei bambini europei, sono stati feriti o uccisi. 

Il confinamento determinato dai combattimenti rischia poi di determinare la morte per fame degli ultimi sopravvissuti, molti fra i quali sono utilizzati come scudi umani dai miliziani dello Stato islamico. 

Nessun conflitto può giustificare l’uccisione di bambini: tutto deve essere messo in opera affinché i civili, le famiglie e i bambini possano lasciare le zone di guerra!

L’evoluzione della situazione, con la partenza annunciata delle forze americane, le tensione e le prospettive di conflitto tra curdi e turchi, il riavvicinamento dei curdi al regime di Al Assad, rende questa prospettiva di processo in loco -già improbabile in partenza – completamente utopica. 

Invece, la prospettiva di un trasferimento dei prigionieri europei e dei loro bambini alle forze di regime siriane o irachene diventa una possibilità concreta. Le organizzazioni umanitarie denunciano da anni il sistema carcerale siriano, e il fatto che nei penitenziari migliaia di uomini, di donne e di bambini siano stati torturati, violentati e uccisi. 

È questa sorte che i governi europei, campioni di diritti umani e garanti di una giustizia imparziale ed equa, intendono riservare ai loro cittadini e a questi piccoli innocenti? 

Di fronte all’evoluzione inquietante della situazione in Siria e alle incertezze che questa comporta, ci sembra imperativo procedere all’esecuzione dei mandati di arresto internazionali, estradando i nostri cittadini e processandoli per i crimini che hanno commesso. Sappiamo che non ci sarà processo in loco, e l’eventuale trasferimento dei prigionieri verso il regime siriano  – aldilà del fatto che ciò costituirebbe un crimine e un’infamia, soprattutto per quanto riguarda i minori – potrebbe rappresentare per l’Europa, a breve o a lungo termine un rischio evidente per la propria sicurezza. Le autorità curde hanno dichiarato a questo proposito che non potranno garantire a lungo condizioni sicure di detenzione, e che le evasioni si renderebbero quindi via via più probabili: l’estradizione di questi individui diventa così non soltanto una questione di diritti, ma un atto prioritario in nome della sicurezza europea. 

Ostinandosi nel rifiuto di prendere le proprie responsabilità, i nostri governi cauzionano il fatto che una certa categoria di cittadini europei non meriti che vengano applicate nei loro confronti le leggi di uno stato di diritto e la possibilità di un processo equo. Questi principi si debbono applicare a chiunque, indipendentemente dai crimini commessi: eludere questa regola significa rimettere in discussione le basi stesse dei nostri sistemi giuridici e delle nostre democrazie, ritornando così alle ore più tetre del nostro passato. 

Parigi, 17 gennaio 2019

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