Mai come quest’anno le festività natalizie con la loro panoplia di luci e pubblicità gioiose stonavano con la realtà. 

A Parigi, la collera dei gilets jaunes e dei francesi delle classi medie impoverite si è riversata sugli Champs Elysées addobbati a festa, creando un’immagine stridente e dolorosa. 

Natale è passato, ma Parigi in queste settimane di dicembre e di inizio gennaio, non è più quella festa cantata da Hemingway, ma il set di un lungo film drammatico di cui siamo tutti attori o comparse: il film con accenti di neorealismo che ci racconta la nuova povertà e la lotta disperata di quelli che vogliono combatterla. 

Da dieci anni a questa parte, le classi medie e popolari d’Europa sono state schiacciate, dissanguate, ricattate, colpevolizzate dai poteri forti che rispondevano ai cahiers de doléances dando al popolo dell’irresponsabile, mostrando gli abissi del deficit, affermando che non vi era altra alternativa al « tirare la cinghia ». 

Migliaia di piccole e medie imprese in Italia come in Francia hanno chiuso battenti, gli agricoltori, ricattati dai contratti capestro delle multinazionali dell’agroalimentare, sopravvivono con poche centinaia di euro al mese, lavorano in perdita e qualche volta preferiscono il suicidio. 

In Italia, secondo un’indagine promossa da SPI, Cgil e Fondazione di Vittorio, il 14% degli anziani non può permettersi di scaldare la propria casa come converrebbe per far fronte ai rigori invernali. Il 33% rischia di ritrovarsi in questa stessa situazione tra poco tempo. 

In Francia, una persona su cinque ha difficoltà a provvedere ai suoi tre pasti al giorno. Istituzioni caritative come il Secours Populaire o i Restos du Coeur (questi ultimi fondati dal comico Coluche) che forniscono pasti gratuiti ai meno fortunati, crollano sotto le richieste. Il 27% dei francesi non può permettersi di mangiare tutti i giorni frutta o verdura fresca. L’alimentazione dei più poveri è cosi composta da alimenti grassi e industriali, con una conseguente esplosione di malattie croniche quali diabete, obesità, patologie cardiovascolari.

Gli ultimi governi non hanno lesinato sulle misure liberali a cominciare dalle riforme del lavoro – quest’ultimo sempre più privo di tutele -, in nome di crescita e competitività. Ci sono quelli che corrono e quelli che non hanno i mezzi per farlo, sempre più numerosi e lasciati da parte. 

Come già avviene da diversi anni in Inghilterra, nelle classi più povere si sviluppa la sindrome che i vicini di oltremanica hanno chiamato senza mezzi termini « della Shit-Life », letteralmente « sindrome della vita di m**** », una condizione prossima alla depressione cronica vissuta da milioni di cittadini, in particolare le fasce più giovani e quelle più anziane della popolazione, ridotte a vivere in condizioni di pura sopravvivenza, contando i centesimi per arrivare a fine mese, privi di divertimenti, di accesso alla cultura, di servizi, impossibilitati a spostarsi. Tutte le energie di queste persone sono spese nel penoso esercizio della pura sopravvivenza.  

Non è un caso che siano stati gli Inglesi a coniare il termine. 

Nel paese di Shakespeare, avanguardia del liberalismo sfrenato, i cittadini che fanno ricorso ai pasti gratuiti offerti dalle banche alimentari e dalle istituzioni caritative sono quattro volte più numerosi rispetto a cinque anni fa.  

Le cifre più agghiaccianti poi – quelle che ci forniscono più di tutte la misura del dramma che stiamo vivendo –  le possiamo osservare nella differenza fra le aspettative di vita. Oggi, nel 2018, la differenza di aspettativa di vita tra le classi più povere e le classi più agiate in agglomerati urbani come Londra o Glasgow sono rispettivamente di sedici anni e addirittura ventotto anni. 

La stessa situazione si sta lentamente verificando negli agglomerati urbani francesi e italiani. Se sei povero, nell’Europa del 2018, muori in media vent’anni prima rispetto al tuo coetaneo economicamente più fortunato. E di poveri ce ne sono sempre di più.

Il regista Ken Loach aveva magistralmente rappresentato la situazione nel suo commovente film « Io, Daniel Blake », storia di un carpentiere sulla sessantina che non può più lavorare per ragioni di salute e, vittima di un cinico welfare, si ritrova senza sussidio: Loach stende il ritratto di una burocrazia impietosa, di uno stato che ragiona senza umanità e solo guidato da principi di rendita, di un ultraliberalismo dove gli uomini non sono più tali ma « risorse umane ». 

Un sistema atroce, di cui siamo gli ingranaggi involontari, presi in ostaggio: di Daniel Blake è piena l’Europa. 

Valentin, 24 anni, ha fatto parte per tutte queste settimane del movimento dei gilets jaunes: «Lavoro per una piccola casa di produzione, guadagno 1400 euro al mese, ne spendo 800 di affitto per un monolocale a Parigi. So che non potrò andare in vacanza, so che non posso fare progetti per il futuro, so che sarà complicato mettere su famiglia ». Valentin ha un contratto fisso, che lo rende già un privilegiato. E tutti gli altri? Abbiamo amputato il futuro alle prossime generazioni. Le lasciamo in un pianeta in agonia e in mano al cinismo di un sistema finanziario fatto apposta per arricchire i GAFA e qualche altra multinazionale ingorda. 

Abbiamo lasciato che una manciata di ricchi diventasse sempre più ricca e i poveri sempre più miserabili. Abbiamo lasciato che si scavasse questo abisso, permettendo a gruppi industriali di fondare monopoli ultra-potenti, in grado di gestire e pilotare la finanza mondiale, multinazionali che usano i capi di stato come marionette per stabilire le regole che hanno preventivamente dettato. 

In Francia, le Journal du Dimanche ha potuto consultare la lista dei finanziamenti ottenuti dal movimento « En marche » di  Emmanuel Macron per la campagna presidenziale. 

800.000 euro sono arrivati dal Regno Unito, dalla City dei traders, una cifra superiore a quella raccolta dalle nove città più importanti della provincia francese. È la finanza mondiale pilotata dai grandi gruppi ad aver fatto eleggere il presidente e ora quei grandi gruppi pretendono che i favori vengano restituiti. 

Detto, fatto: una fra le prime misure varate da Macron è stata proprio la soppressione dell’Imposta sulla Fortuna sui capitali mobili, con una perdita immediata per lo Stato di 3,5 miliardi di euro. 

E anche durante la tempesta scatenata dai gilet gialli, mentre da un lato il presidente si mostrava contrito in tv cedendo ad alcune rivendicazioni quali l’aumento del salario minimo (SMIC), dall’altro, il 10 dicembre, due giorni dopo che la capitale era stata messa a fuoco e fiamme dai black bloc e appena un’ora prima che il presidente si rivolgesse alla nazione chiedendo una conciliazione, il Senato approvava una legge che ammorbidiva l’exit tax, tassa varata sotto Sarkozy e formulata per frenare l’esilio fiscale dei milionari. Fino ad ora i più fortunati dovevano aspettare quindici anni prima di poter vendere le loro azioni all’estero, pena l’exit-tax sul 30% delle plusvalenze realizzate. 

Ora si è passati da quindici anni a due, massimo cinque. Un altro regalo alla classe più agiata. Secondo Les Echos, nel 2017 l’exit tax aveva permesso allo stato di incassare circa 70 milioni di euro. 

Qualcuno rivendicherà i diritti del libero mercato. Ma in questo mondo non possiamo nemmeno più parlare di quello. Lo aveva detto persino Adam Smith, padre del liberalismo. Il nemico di quest’ultimo, più ancora del comunismo, è la costituzione di trust, di monopoli. Esattamente ciò che si è verificato: la nascita di colossi industrial-finanziari talmente potenti da mettere in ginocchio i poteri politici dei differenti stati. In questo modo, l’impero del caseario Lactalys da anni si permette di non pubblicare i suoi conti, senza che nessun provvedimento sia stato preso nei suoi confronti. Giganti come Carrefour finanziano regimi autoritari favorevoli alle lobbies degli ultraricchi come quello di Bolsonaro in Brasile. Altri giganti come Monsanto fanno sì che venga frenata la possibilità di iscrivere nella legge la proibizione di pesticidi nefasti per la salute, come il glifosato. 

I GAFA  attualmente non pagano imposte in Francia, nonostante i colossali benefici di Amazon e compagnia. 

In tempi di crisi, il concetto di « tirare la cinghia » è estremamente relativo. A doverlo fare sono le classi medie o popolari, sempre e costantemente. Quelle che ora si sono sollevate in Francia con lo tsunami dei gilet gialli, dando però vita a un movimento troppo confuso e potenzialmente pericoloso, dove gli estremi potrebbero strumentalizzare il malcontento generale e ritrovarsi favoriti, come già stiamo vedendo in queste ultime ore in cui il « popolo del web » (ricorda qualcosa?) si è mobilitato per una raccolta fondi in favore di Christophe Dettinger, gilet giallo e ex campione di boxe responsabile di aver picchiato violentemente e a più riprese un poliziotto: un crowfounding davvero sui generis, che rischia di giustificare e incentivare gli atti violenti in corso nei ripetuti sabati di collera.

Intanto i drammi della povertà qua e là in Europa si susseguono, piccole guerre tra Davide e Golia che restituiscono il senso dell’odiosa congiuntura che stiamo vivendo. 

Si può citare la surreale e tragica vicenda delle addette alla pulizia marsigliesi, dipendenti della multinazionale Elior Services, che, in conformità alle leggi francesi, avevano chiesto lo stesso trattamento salariale -compreso un bonus a fine anno-  ricevuto dalla società di servizi che le impiegava prima di essere rimpiazzata dalla potente Elior Services. Quest’ultima, che non intendeva lasciare alcun bonus alle dipendenti, si è rivolta al tribunale. Le addette alle pulizia hanno vinto la prima istanza e l’appello, ma la Cassazione, dopo più di dieci anni dall’inizio del processo, ha dato incredibilmente ragione alla multinazionale. Risultato: le dipendenti, tutte con stipendi che non superano i 900 euro mensili, si ritrovano a dover versare a Elior tra i 20.000 e i 30.000 euro ciascuna. Sarebbero decine le storie di ordinaria follia che compongono il triste mosaico di un mondo tenuto da un pugno di multinazionali che impongono la loro dittatura economica al pianeta. 

Mentre i dirigenti europei chiedono da anni lacrime e sangue in nome della crisi e di un debito demenziale da colmare, le banche, all’origine delle ultime più importanti crisi finanziarie, stanno meravigliosamente bene e le GAFA prosperano, spesso eludendo il fisco dei paesi dove accumulano benefici colossali, con la complicità di quegli stessi dirigenti pronti a tagliare sui servizi pubblici e a raschiare il fondo del barile dei risparmi della classe media, in nome di un bilancio più sano. 

Si parla molto di violenza dei gilet gialli, si condannano -giustamente – le vetrine in frantumi, i pugili improvvisati che se la prendono con le forze dell’ordine, le auto in fiamme e i bulldozer che cercano di penetrare i ministeri – il primo ministro francese Edouard Philippe si attiva persino per varare una legge urgente contro i « casseurs ». Bene.

Ma non è violenza quella che costringe gente che lavora, con uno stipendio regolare, a vivere su un caravan o su un’automobile, a causa di salari troppo bassi per consentire un alloggio decente? Non è violenza quella che svuota lo statuto dei lavoratori dei loro diritti, che li rende numeriche e asettiche « risorse umane » da prendere o mettere da parte a seconda delle politiche aziendali? Non è violenza quella operata dai colossi industriali che minacciano licenziamenti in massa e delocalizzazioni se si osa chiedere ai loro azionari ingordi qualche sacrificio? Non è violenza quella operata dai grandi evasori fiscali che rubano denaro alle casse dello Stato e quindi ai cittadini? Nei loro confronti non si è vista la stessa solerzia che ha portato Edouard Philippe a varare una legge contro i casseurs. Ci sono state inchieste formidabili, dai Luxleaks ai Panama Papers ai Paradise Papers, fino allo scandalo rivelato sui cum-ex, la pratica finanziaria ai limiti della legalità messa in atto dalle banche e svelata in prima pagina da Le Monde. Sono inchieste accurate, realizzate da centinaia di giornalisti, sono stati pubblicati nomi e cognomi dei grandi evasori, sono state analizzate tutte le modalità truffaldine con cui questi ultimi nascondono somme immani nei paradisi fiscali e che cosa hanno fatto le autorità? Nulla o molto poco. 

Mentre se un gilet giallo alza le mani è il finimondo. La violenza va condannata tutta. Anche quella invisibile. 

I filosofi antichi dicevano che vi sono due tipi di collera: la collera positiva, l’indignazione che porta a ribellarsi all’ingiustizia. E poi vi è la collera negativa, nata da rancore e odio stantio. 

Purtroppo, se i gilet gialli non si organizzeranno e non si struttureranno, i sabati francesi rischiano di diventare soltanto lo sfiatatoio di una rabbia negativa e fine a se stessa. 

Ma la collera positiva è giusta e sacrosanta. In fondo lo aveva anche suggerito il compianto Stéphane Hessel: « Indignez vous! »

E di ragioni per indignarsi, oggi, ce ne sono a migliaia. 

Buon anno a tutti. 

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