Quando negli anni Novanta i soldati delle enclave serbe sparavano su Sarajevo durante il terribile assedio durato dal ’92 al ’94, il giornalista e scrittore Paolo Rumiz evocava, tra i molteplici fattori di quella guerra fratricida, la lotta tra campagna e città, tra la provincia rurale e la città colta, tra quelli sotto i riflettori e i dimenticati. Non per niente una delle prime vittime simboliche dell’assedio, fu la bellissima biblioteca di Sarajevo, scrigno di quella cultura che rappresentava, secondo i ragazzi serbi trasformati in carnefici, la barriera discriminante tra loro e « gli altri ». 

Ieri a Parigi, mi è venuta in mente la considerazione di Rumiz, mentre migliaia di gilets jaunes invadevano la piazza dell’Etoile e gli Champs Elysées, con quel decoro natalizio che improvvisamente appariva surreale. 

Mi sono venute in mente le sue frasi, mentre i casseurs , i black bloc venuti dalla banlieue, dopo essersi dati appuntamenti via web al grido virtuale di « on va se faire du flic » (« ci facciamo i poliziotti ») devastavano avenue Friedland e avenue Kleber. A due passi dall’hotel Raphael, lì dove Kissinger firmò il trattato di pace che pose fine alla guerra in Vietnam, lì dove Maurice Ravel incontrò Gerswhin, celebrando con la musica la Parigi idealizzata, cantata da scrittori e artisti, proprio lì si incendiavano auto, si mandavano vetrine in frantumi, si facevano falò con l’arredo urbano. 

Un edificio è andato in fiamme, una concessionaria d’automobili è stata letteralmente distrutta, alcuni cancelli del parco delle Tuileries sono stati divelti, l’Arc de Triomphe è stato oltraggiato dai tag, le fiamme delle auto incendiate si vedevano da lontano, il caos delle sirene dei pompieri dava al tutto una dimensione apocalittica. 

Parigi brucia e brucia la rabbia dei manifestanti, quelli pacifici, che hanno visto la loro giornata di rivendicazioni presa in ostaggio da chi era lì col solo scopo di mettere a ferro e fuoco la città.  

La manifestazione dei gilets jaunes li ha attirati come sciacalli, e c’è da chiedersi se, quell’enorme dispositivo di poliziotti in tenuta anti-sommossa non li abbia lasciati fare, almeno un po’. 

In fondo i black bloc hanno fatto il gioco del governo: togliere credibilità al movimento, bollarlo come violento, suscitare paura nella popolazione ostile alle insurrezioni. 

Non sarebbe la prima volta che questi gruppi violenti sono funzionali alle istituzioni, vari G8 docet. 

Emmanuel Macron, appena tornato dal G20 in Argentina, è ora in visita ai quartieri devastati. 

Chissà come reagirà il presidente. 

Chissà se prenderà la palla al balzo, se approfitterà di questo sabato di caos per fare di tutta l’erba un fascio e schiacciare i gilet jaunes chiedendo all’opinione pubblica di schierarsi. 

O chissà se saprà, nel rumore assordante delle vetrine andate distrutte dai colpi di mazza da baseball, distinguere le voci moderate di chi chiede di non dimenticarsi della provincia, delle zone rurali, degli agricoltori che guadagnano 300 euro al mese lavorando senza sosta, dei pensionati messi alle strette dalle tasse, del personale ospedaliero messo in ginocchio dai tagli al budget, di tutti quelli che, come diceva ieri un giovane porta-parola del movimento, Maxime Nicolle, « protestano perché non hanno più niente da perdere. Perché hanno già perso tutto. E continueranno finché le cose cambieranno. Protestano perché se non si fa qualcosa, tra qualche mese quella gente dormirà per strada ». 

Poveri sempre più poveri contro ricchi sempre più ricchi, città avvantaggiate dalla mondializzazione contro campagne lasciate da parte: una situazione già vista in innumerevoli parti d’Europa, Italia compresa. Parigi brucia, ma il fumo invade il mondo intero. 

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