All’indomani dell’atteso discorso di Emmanuel Macron, chiamato a fornire risposte concrete all’emergenza “gilet gialli” e alla loro furia anti-austerity, il terrorismo ha colpito ancora e lo ha fatto proprio nel cuore di Strasburgo, la Capitale d’Europa. “Vogliono spaventarci, ma non ci faremo intimorire”, ha fatto sapere il Presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani, mentre fuori si era scatenato, per l’ennesima volta, un inferno di grida e sangue.

Per il momento il bilancio è di tre morti e 13 feriti, di cui otto in condizioni molto gravi, ha annunciato la prefettura regionale nel comunicato stampa di questa mattina. Non si escude, quindi, che il numero delle vittime possa aumentare.

La sparatoria sarebbe avvenuta poco prima delle 8 di ieri sera, martedì 11 dicembre, mentre l’Europarlamento si riuniva in sessione plenaria. Il sospetto sarebbe riuscito a introdursi all’interno del famoso mercatino di Natale, in pieno centro, con una pistola e un coltello alla mano (!) e avrebbe quindi sparato sulla folla. Poi, dopo uno scambio di fuoco con le forze dell’ordine, sarebbe riuscito a scappare in macchina – malgrado una ferita al braccio – sequestrando il mezzo a un tassista.

Si tratta di Chérif C., nato a Strasburgo 29 anni fa, già condannato più di venti volte per diversi tentativi di rapina in banca e aggressioni reiterate. Come se non bastasse, l’uomo era già conosciuto dall’intelligence francese (“fiché S”) dal 2016 per presunta “radicalizzazione”. Un profilo “ibrido”, dunque, che non permette di confermare la natura puramente terroristica del gesto, per quanto la radicalizzazione dei criminali ordinari stia diventando sempre più frequente. Attualmente, il sospetto sarebbe ancora in fuga. 

Poco dopo la diffusione della notizia dell’attentato, sui social network già pullulavano le cosiddette “teorie del complotto”. Stando a ciò che si legge su alcune testate francesi, i gruppi Facebook grazie ai quali i “gilet gialli” organizzano le loro iniziative sarebbero tuttora in fermento e in molti parlerebbero di “attentato che cade a fagiolo” o di “colpo di Stato” orchestrato ad arte da Macron e dai servizi segreti per evitare l’atto quinto dei manifestanti previsto per sabato prossimo, anestetizzando il movimento fino alla tanto agognata tregua di Natale.

Il discorso di ieri di Emmanuel Macron, in effetti, lungi dal placare gli spiriti in collera, sembra aver fatto passare il Presidente direttamente dalla padella alla brace. Se da una parte, infatti, le misure annunciate non hanno soddisfatto i manifestanti – sempre più induriti dalla repressione, spesso violenta, delle forze dell’ordine – dall’altra hanno preoccupato non poco la Commissione europea, che nelle parole del vicepresidente Valdis Dombvrovskis e del commissario agli Affari economici Pierre Moscovici, ha annunciato che monitorerà con attenzione i conti francesi. Secondo il quotidiano francese Les Echos, infatti, le “concessioni” annunciate dal Presidente costerebbero più o meno una decina di miliardi e porterebbero il Paese verso un deficit/PIL 2019 del 3,6%. 

Certo, da qui a ipotizzare che servisse un bagno di sangue per toglierlo dai guai ce ne vuole.

Più che interessarsi ai conti pubblici, in realtà, in questo momento Emmanuel Macron dovrebbe chiedersi come sia possibile che un soggetto pericoloso, schedato, radicalizzato, già sfuggito all’arresto, sia stato in grado di colpire, uccidere e sparire nel bel mezzo del mercatino di Natale più famoso di Francia. Si è parlato tanto, in queste ultime settimane, di come alla necessità di evitare la fine del mondo i “gilet gialli” abbiano evocato quella di arrivare alla fine del mese. Il vero problema, però, è che qui si rischia di non arrivare (vivi) nemmeno a Natale.

Federico Iarlori

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