All’epoca in cui Macron era il Ministro dell’Economia di Hollande, lo stipendio faraonico di Carlos Ghosn era già stato oggetto di un importante braccio di ferro col governo: per l’amministratore delegato del gruppo Renault-Nissan, i 9 milioni annui non erano sufficienti. 

E questo mentre la società programmava di sbarazzarsi di migliaia di operai: 7500 messi alla porta in un piano di licenziamenti organizzato nel 2013. 

Il braccio di ferro si risolse con la vittoria di Pirro delle autorità. Di Pirro perché lo stipendio effettivamente diminuì -restando comunque fra i più alti percepiti da un dirigente – ma di fatto, Ghosn continuò a prendere i suoi consueti milioni annui, dal momento che ciò che non gli veniva versato sotto forma di stipendio, lo recuperava sui dividendi, col silenzio-assenso del ministero dell’Economia. 

Ai Giapponesi della Nissan, questo modo di fare non è andato giù, e Ghosn è stato arrestato ieri nel paese del Sol levante per frode e uso di beni e fondi aziendali a fini privati. 

Coi nove millioni annui evidentemente Ghosn non ce la faceva a sbarcare il lunario. Era necessario mettere le mani nelle casse di Nissan, e l’epilogo, per il patron, è stato poco glorioso, con la richiesta di dimissioni immediate giunta come un macigno a sconquassare la sua reputazione. 

Il Giappone è, con la Danimarca, la nazione dove la differenza tra il salario minimo e quello percepito dai dirigenti è meno importante. L’ad di una grande impresa supera molto raramente i tre milioni complessivi annui di compenso. Ghosn ne percepiva più del doppio. Ora saranno i tribunali di Tokyo a decidere il futuro dell’amministratore delegato di Renault.

Ma perché parliamo di cosa accade a Carlos Ghosn? 

Perché questa vicenda giudiziaria può permettere di capire meglio le ragioni dei gilets jaunes che da sabato 17 novembre si sono riversati sulle strade di Francia, bloccando il traffico e esprimendo con vari accenti il loro comune senso di collera. 

La ragione ufficiale della protesta, che riguarda per vari fattori essenzialmente la provincia francese, è l’aumento del costo dei carburanti, aumento giustificato dal governo in nome della cosiddetta « transizione ecologica ». 

Oggi in Francia, il 60% del costo di un litro di benzina è costituito da tasse e i portavoce dei gilets jaunes, la carismatica Priscilla Ludovsky in testa, si chiedono che fine facciano quei soldi e in che cosa vengano investiti. 

Il fine della transizione ecologica in sé è nobile e ottimo. Saranno inevitabili i sacrifici per finalmente diminuire l’inquinamento del territorio e dell’aria che respiriamo. 

Se il discorso si limitasse a questo, avrebbe perfettamente ragione quel padre di famiglia di Tours, Anthony Hamon, diventato una celebrità sui social network per aver mandato allegramente a quel paese i gilets jaunes e la loro mobilizzazione del 17 novembre, dicendo pressapoco così: «  Nessuno scende in strada per protestare contro il global warming, contro il fatto che gli animali stanno sparendo, contro il fatto che mio figlio vedrà la fauna selvatica solo nei fumetti, che i prodotti della terra sono avvelenati dai pesticidi. Tutti si mobilizzano invece per poter continuare a inquinare con la loro auto diesel ». 

Giusto, sacrosanto. 

Il problema però è un po’ più complicato. 

Innanzitutto è necessario ricordare che la provincia francese e le comunità rurali, da anni si sentono abbandonate da Parigi e dai politici che si sono succeduti ai vertici dello Stato: abbandono delle campagne, mancanza di servizi essenziali, chiusura delle scuole, dei negozi e dei centri culturali nei piccoli comuni, soffocamento dell’economia agricola a causa del ricatto messo in atto dai giganti dell’agro-alimentare col benestare delle istituzioni. 

Questi temi sono sempre stati sottovalutati, prima dai socialisti, ora da Macron percepito come il « presidente dei ricchi » e la collera contro un’élite indifferente (o addirittura sprezzante) nei confronti dei ceti più popolari, si è cronicizzata fino a creare questo movimento mosso da ragioni eterogenee e accomunato dall’insofferenza verso la classe dirigente. 

L’aumento del costo del carburante è stato visto così come l’ennesimo attacco nei confronti dei « provinciali », delle comunità rurali, dal momento che l’automobile, per chi abita in campagna, non è un lusso ma uno strumento vitale per muoversi ed esercitare la propria professione. 

Le ragioni ecologiche poi, sono state interpretate come una presa in giro, come un pretesto per irridere ancora una volta la buona fede della popolazione. 

In un certo senso, come dar loro torto? 

Come credere a una volontà sincera di proteggere l’ambiente dopo le dimissioni di Hulot? Dopo che Macron ha nominato come segretario per l’Ambiente l’ex-lobbista di Danone Emmanuelle Wargon? Dopo che l’Assemblea parlamentare da mesi rifiuta di iscrivere nella legge il divieto al glifosato e non legifera sui pesticidi in generale? Dopo che le popolazioni di Bure, a nord di Parigi, sono tenute sotto assedio dalla polizia per permettere la costruzione della più grande discarica nucleare d’Europa? Dopo che il ministro dell’agricoltura, nelle ore seguenti la pubblicazione di uno studio attestante -nero su bianco- che chi si nutre di prodotti biologici ha 25% di probabilità in meno di contrarre un tumore, ha avuto il coraggio di affermare che agricoltura biologica e convenzionale si equivalgono? Dopo che, nonostante l’allarmante diminuzione della fauna selvatica sul territorio nazionale, Macron ha concesso ulteriori favori alla lobby dei cacciatori? 

Che il governo di Macron abbia improvvisamente a cuore l’ambiente, lascia in effetti un po’ perplessi, per non dire francamente scettici. Si tratta in questo caso di quella « ecologia punitiva » denunciata da Segolene Royal, che ha criticato a più riprese le sanzioni « inefficaci, inutili e non accettabili in mancanza di un reale programma alternativo a monte ». 

Ma riveniamo un attimo a Carlos Ghosn. 

È al suo fianco che Emmanuel Macron, durante la settimana trascorsa a viaggiare nel nord-est della Francia per ricordare gli eventi della Grande Guerra, si è presentato agli operai della fabbrica Renault di Maubeuge. 

Qui un sindacalista si è rivolto al presidente criticandone l’arrivo e dicendo « la Francia continua anche senza di voi » 

Il presidente si era recato lì per annunciare nuovi posti di lavoro grazie alla transizione ecologica e alla costruzione di nuove auto elettriche. 

Ma i gilets jaunes già ribollivano nella loro rabbia. 

« Le élite ci concedono le briciole  e noi dovremmo pure star zitti e ringraziare»: questa frase veniva ripetuta come un mantra, ogni volta con rinnovata indignazione. 

L’arresto di Ghosn (all’estero, non in Francia) mette così ancora una volta il dito in quella gigantesca piaga che si chiama ipocrisia. 

Quella che i gilets jaunes non sopportano più. 

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