Sembra una scena de “L’Odio” di Kassovitz, ma succede nella realtà, in una classe scolastica: è la goccia che fa traboccare il vaso per migliaia di insegnanti. 

“Rimanete nell’ambito dell’educazione, non sconfinate mai in quello della repressione”. È questo il dogma al quale gli insegnanti francesi dovrebbero attenersi, sempre e comunque, a detta dei loro dirigenti scolastici. 

Facile a dirsi, senza dubbio. Ma cosa bisogna fare se un alunno di 15 anni che arriva in classe in ritardo ti punta in faccia una pistola ad aria compressa e ti minaccia cercando di costringerti a scrivere “presente” sul registro?

Lungi dall’essere stata prelevata da un film d’azione, la scena che ho appena descritto si è verificata per davvero in un liceo di Créteil, una delle famigerate banlieue parigine, ed è stata filmata dai soliti cellulari presenti in classe e corredata dai soliti commenti del branco, che sghignazza in sottofondo. 

Delle immagini paragonabili a quelle che hanno rilanciato il tema del bullismo in Italia: dal professore minacciato da un proprio alunno che pretendeva la sufficienza all’insegnante disabile barbaramente legata a una sedia e torturata psicologicamente da un manipolo di ragazzini infami. 

Ordinaria amministrazione, direte voi. Eppure, qui in Francia, è successo qualcosa di diverso rispetto alle semplici polemiche sui social che hanno spaccato l’opinione pubblica italiana tra chi accusa i genitori di essere troppo permissivi con i propri figli e chi esige più autorità e competenza da parte di certi professori che “non sono in grado di tenere una classe”. Qui in Francia è stata un’intera categoria, quella degli insegnanti, appunto, ad alzare la voce e a ribellarsi contro i vertici della pubblica istruzione, mettendone in discussione i principi che ne guidano l’operato e, soprattutto, l’insopportabile ipocrisia che ne avvelena il funzionamento.

Il video girato nel liceo francese, pubblicato dal quotidiano Le Parisien, ha fatto il giro del web e, a partire dalla scorsa domenica, ha acceso la miccia di una sorta di #MeToo dell’istruzione che sembrava dover esplodere da un momento all’altro: più di 35mila tweet in sole 24 ore. Una valanga di storie di ordinaria violenza raccontate dagli stessi professori che sono stati costretti a viverle, senza che le direzioni scolastiche muovessero un dito per aiutarli o per sanzionare i responsabili.

È la famosa giurisprudenza chiamata “Pas de vague” (Niente polemiche) – proprio come l’hashtag diventato virale in questi giorni – che in pratica consiste nel fare finta di niente, nel nascondere l’incidente per non rischiare di rovinare la reputazione dell’istituto. 

Bambini che menano e sputano sui maestri fin dalla scuola materna, alunni che si abbassano la cerniera dei pantaloni davanti alla professoressa, insegnanti costantemente insultati e umiliati sotto gli occhi dei propri studenti, oppure minacciati o addirittura picchiati lungo i corridoi delle scuole… 

Ok, ricevuto, però pas de vague. Non facciamone un dramma. Sono cose che succedono.

Cornuti e mazziati, insomma, questi poveri prof francesi. Non solo – insieme agli italiani – sono tra i peggio pagati d’Europa e, malgrado questo, si ritrovano costretti a sopportare le malelingue di chi pensa che siano sempre in vacanza; quando subiscono violenze fisiche e psicologiche senza che nessuno prenda le loro parti, vengono anche colpevolizzati da chi li giudica incapaci di capire che la violenza e l’asineria non esistono e che la colpa non è mai dei violenti o degli asini, ma dipende dalle condizioni di disagio economico e sociale in cui sono nati e cresciuti. “Una delle prime cose che ti insegnano quando diventi prof è che se bocci un alunno, non è colpa sua, ma colpa tua che non sai gestire la tua classe”, ha scritto un’insegnante su Twitter. 

A fronte di tali numeri e di tali testimonianze, c’è chi comunque si è sentito in dovere di rassicurare l’opinione pubblica: “Non bisogna assolutamente fare di questo evento una regola. È stato un incidente drammatico, ma resta un’eccezione”, assicura il sociologo Benjamin Moignard nel virgolettato di un articolo pubblicato su France Info. Il numero degli incidenti gravi, d’altronde, è stabile – continua la giornalista che l’ha firmato -, le sanzioni sono applicate e i fatti più violenti sono concentrati tutti negli stessi istituti. 

Capito? Quindi non c’è motivo di preoccuparsi. È vero, gli alunni sputano in faccia ai professori, li insultano, li minacciano con armi da fuoco finte e li crepano di mazzate, ma succede solo un po’ qui, un po’ lì. Pas de vague. 

E che dire degli insulti sessisti rivolti alle insegnanti? Dei “sale pute!” (brutta troia!) che riecheggiano nelle classi e nei cortili delle scuole tutte le mattine? Non vi stava a cuore il sessismo? Certo, ma “non bisogna neanche essere troppo permalosi”, si è sentita rispondere una professoressa. Pas de vague.

All’opinione pubblica, tuttavia, andrebbe anche ricordato che chi ha alimentato questo hashtag non voleva affatto denunciare un’escalation di violenza nelle scuole, o almeno non solo, ma sottolineare come questi atti di inciviltà e di insubordinazione (non) vengano gestiti dai vertici degli istituti scolastici.

Nella maggior parte dei tweet, infatti, gli insegnanti non si limitano a riportare semplicemente il fatto violento, ma – come dice l’hashtag stesso – utilizzano quegli aneddoti come esempio per mostrare al pubblico la reazione dei dirigenti, la loro indifferenza e l’impunità riservata agli aggressori.

È questo il punto, cioè che i professori si sentono abbandonati dai loro stessi superiori, che non solo li criticano per il fatto di essere troppo permalosi o di non saper gestire le classi a dovere, ma – lo si legge nei vari racconti postati sui social – in molti casi prendono le parti dei genitori, a loro volta sempre più complici e supini nei confronti dei loro figli. 

“Come faccio a esercitare la mia autorità se non ho il sostegno miei superiori?”, scrive un insegnante su Twitter. È sulla crisi dell’autorità, dunque – a casa, così come a scuola -, che bisognerebbe intervenire per prevenire gli atti di violenza. 

Proprio come ha fatto Salvini, auspicando una militarizzazione selvaggia delle scuole, anche i politici francesi, tanto per cambiare, hanno dato una dimostrazione pratica di come si fa la cosa sbagliata, agendo sui sintomi e non sulle cause. E così sono partiti i proclami ciechi e altisonanti dalle stanze del potere: tutti a dire che atti come quello di Créteil sono “inammissibili” e che “si lancerà un piano di lotta alla violenza nelle scuole”. Una classica cura chemioterapica per chi ha respirato diossina per una vita.

Il primo a impugnare il lanciafiamme, ovviamente, è stato il Presidente Macron, che oggi indossa i panni del giustiziere, ma che poche settimane fa, mentre si faceva fotografare tra le braccia di due ragazzi che erano finiti in prigione per rapina, aveva detto: “Amo tutti i figli della Repubblica, qualunque siano gli errori che abbiano commesso, perché non hanno scelto il posto in cui sono nati e non hanno avuto la fortuna di non commetterne”.

Il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer è riuscito a fare anche di peggio, prima dichiarando che “non basta scrivere un fatto in un tweet perché sia la verità”, quindi dubitando addirittura dell’onestà intellettuale dei suoi “dipendenti”, poi approfittando del polverone che si è sollevato per rilanciare la sua ricetta preferita, il divieto dei cellulari nei licei. Un‘ottima soluzione per lui, in effetti: gli insegnanti continueranno ad essere aggrediti, ma almeno nessuno potrà più vedere nulla. 

Federico Iarlori

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