Finiti i discorsi roboanti, finito l’ottimismo ostentato della start up nation: Macron si rivolge ai cittadini con insolita umiltà, lontano -letteralmente- dalla luce dei riflettori.

Poco più di un anno e mezzo fa, “En Marche” si presentava alle elezioni presidenziali francesi come il movimento del dinamismo, dell’ottimismo, della fiducia nel futuro e il suo fondatore, Emmanuel Macron, come il condottiero della luce e della speranza in opposizione all’oscurantismo e al declinismo dell’estrema destra di Marine Le Pen. Oggi, le cose sembrano aver preso una piega ben diversa.

All’indomani del cosiddetto “remaniement”, ovvero di un rimpasto di governo più che mai necessario viste le dimissioni inattese di ben tre ministri, tra cui quello dell’Interno Gérard Collomb, Monsieur le Président si è rivolto ai francesi con un discorso che, più che da una delle stanze dell’Eliseo, sembrava provenire direttamente dall’oltretomba.

Distante anni luce dalla maestosità della messa in scena e dai toni solenni a cui ci aveva abituato, ieri sera “Jupiter” (Giove) – era questo il suo soprannome – sembrava piuttosto “Jupiterne” – come l’hanno definito alcuni commentatori -, con il suffisso “terne” a sottolineare la cupezza della sua apparizione televisiva.

“Accendete la luce!”, hanno twittato in massa gli internauti, sorpresi nel vedere il profilo caravaggesco del Presidente avvolto dalla penombra e appena rischiarato da un bagliore tenue e ovattato, non troppo diverso da quello di una candela o di una lampada a olio.

Un’immagine inedita, insolitamente intima, accentuata dalla presenza dei fogli su cui era stampato il suo discorso – visibilmente annotati e corretti e messi ben in mostra sulla scrivania -, sui quali Macron non ha esitato a gettare un occhio di tanto in tanto, avendo deciso di rinunciare al gobbo. Una messa in scena sorprendente – dicevamo – ma che fa parte, come è ovvio, di un codice comunicativo ben preciso.

Accusato spesso e volentieri negli ultimi mesi di essere troppo aggressivo e autoritario nelle sue dichiarazioni e – più in generale – nella gestione del potere, Macron dev’essersi deciso, finalmente, a mettersi in discussione, adottando un atteggiamento al limite della contrizione e della rassegnazione. 

“Ascolto le critiche e capisco che la mia franchezza abbia potuto disturbare e scioccare”, ha ammesso il Presidente. Come biasimare la sua presa di coscienza? 

L’attacco agli aiuti sociali – che costerebbero “un casino di soldi” allo Stato -, quello a tutti i francesi, definiti come dei “Galli refrattari al cambiamento”, l’invito al giovane disoccupato ad “attraversare la strada per trovare un lavoro” o quello ai pensionati di “smetterla di lamentarsi” erano prese di posizione ritenute quantomeno controverse dall’opinione pubblica e che continuavano ad accumularsi una dietro l’altra senza che il Presidente si fosse mai preso la briga di spiegare, approfondire o contestualizzare. 

E che dire delle lezioni di morale impartite all’Italia sulla gestione dell’emergenza migranti?  Proprio lui, che ha avuto il coraggio di definirsi l’anti-Salvini e che – si consideri a questo proposito il recente caso Claviere, in Piemonte – permette ai gendarmi di caricare i rifugiati sui furgoni e di abbandonarli al di là della frontiera, in mezzo al nulla. 

Ma a quanto pare ormai è acqua passata, Macron ha recitato il suo mea culpa a lume di candela, nel santuario dorato dell’Eliseo. Ne è davvero convinto o lo ha fatto solo perché la sua caduta nei sondaggi sembra ormai inarrestabile e il suo isolamento politico sempre più evidente? 

Di certo, non gli manca la buona volontà. Con questo discorso e la sua singolare messa in scena, Macron ha voluto stabilire un “contatto diretto” con il suo popolo e – udite udite – sembrerebbe più che mai deciso a “migliorare la vita quotidiana dei francesi”. Così ha detto, con la coda tra le gambe. Un cambio di rotta – almeno a parole – che non è stato di certo l’unico a saltare agli occhi.

A poco più di un anno dal mitico discorso alla Sorbona e dopo averne fatto da sempre il suo cavallo di battaglia, Macron sembra aver perso fiducia – oltre che in se stesso – anche nell’Europa, che, secondo lui, “sta precipitando dappertutto, ancora una volta, verso gli estremismi”. Un pessimismo inedito, quello mostrato da Macron, che lo è a maggior ragione nel momento in cui quella che descrive è una realtà volutamente deformata. I populismi hanno vinto in Italia, in Austria, in Ungheria, in Polonia, ma ciò non significa affatto che stiano trionfando in tutta Europa. Siamo ben lontani – per il momento – dalla prospettiva paventata dal Presidente, quella di una Francia nelle vesti di ultimo baluardo della libertà e della democrazia,  circondato e assediato dai nazisti.

Eppure, Macron ha paura. O almeno così sembra. Questi diciassette mesi all’Eliseo devono averlo segnato: le crisi in Iran e in Siria, i difficili rapporti con Trump sull’emergenza ambientale o la concorrenza cinese sono solo alcuni dei tanti dossier caldi con cui il Presidente ha avuto a che fare. “Viviamo un’epoca nuova e difficile: il mondo si frattura, si manifestano dei nuovi disordini”, ha affermato con aria truce. Una diagnosi intrisa di pessimismo cosmico per combattere la quale Jupiterne sembra avere una ricetta a dir poco sorprendente: “Dobbiamo riprendere e conservare il controllo del nostro destino nazionale”, ha detto. Se non l’avessimo visto con i nostri occhi pronunciare quelle parole, avremmo pensato a una frase di Eric Zemmour, l’intellettuale reazionario più volte accusato di xenofobia e recentemente bannato dalla televisione pubblica dopo la pubblicazione del suo ultimo libro – appena uscito e già record di vendite – che si intitola appunto “Destin français”. 

“Come si può parlare di destino nazionale se il nostro destino, da trent’anni, è europeo? – nota il commentatore politico Jean-Michel Apatie -; come si può dire di voler riprendere in mano il nostro destino nazionale se abbiamo abbandonato la nostra moneta e le nostre frontiere non esistono più? Quella del nostro Presidente è stata una formula inadatta che sottolinea ancora di più la cupezza del suo intervento”.

Poco più di un anno e mezzo fa, insomma, il favoloso mondo di Macron sembrava una terra fertile tutta da conquistare e da far fruttificare con l’entusiasmo dei più volenterosi per arricchire sempre di più il nostro futuro e quello dei nostri figli. Oggi, sembra una landa desolata popolata da nemici da cui difendersi. Ci perdoni, Monsieur le Président, non sapevamo che la Storia corresse così in fretta.

Federico Iarlori

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