E’ elevato il grado sulla scala Richter del terremoto che si è appena abbattuto sull’Eliseo. Non cadono i muri, ma le teste. E questa volta, a cadere, è la testa di uno dei personaggi chiave del quinquennato Macron, un pilastro del successo del giovane Presidente, quel Gerard Collomb che aveva agito con discrezione nelle stanze della vecchia politica per far emergere « il nuovo », il pupillo Macron, ed era stato ricompensato con la carica di Ministro dell’Interno. Oggi Collomb ha abbandonato il presidente della « start up nation”. Con insistenza. Già, perché è stato Collomb stesso a poggiare la testa sulla ghigliottina, scegliendo le dimissioni. Dimissioni rifiutate in un primo momento dal Presidente e poi accettate di fronte al muro di ostinazione opposto dal Ministro dell’Interno. 

Il periodo buio di Macron continua e l’uscita dal tunnel in questa congiuntura estremamente difficile per l’esecutivo, non sembra immediata. Le dimissioni di Collomb fanno seguito a quelle fragorose di Nicolas Hulot e ancora a quelle del Ministro dello Sport, Laura Flessel. 

Il governo sembra ogni giorno di più a un transatlantico in avaria, con l’orchestra sul ponte, quella dei portavoce e del solido servizio stampa presidenziale, che continuano a suonare il valzer del « va tutto bene ». Ma è sempre più complicato far finta che tutto vada liscio quando le onde cominciano a invadere la sala macchine della nave, e gli ufficiali cominciano a salire sulle scialuppe e a far rotta verso l’orizzonte. 

Lo stesso Collomb qualche tempo fa, era stato profetico: in un « off » registrato da alcuni giornalisti durante un pranzo ufficiale, aveva detto che Macron si stava isolando, ed era sempre più solo nel suo pericoloso sentimento di onnipotenza. 

« Ormai siamo in pochi a potergli parlare » denunciò, mettendo in evidenza la mancanza di umiltà del presidente. 

Ufficialmente, Collomb se ne va per ritornare a fare il sindaco nella sua città, Lione. Ma chi sonda le vere ragioni non può evitare di pensare a quest’estate, all’interrogatorio imbarazzante di Gerard Collomb sull’affare Benalla, le cui rivelazioni sembrano non finire mai. Messo alle strette dagli avversari, Collomb aveva probabilmente mentito dicendo che non conosceva Alexandre Benalla. Proprio in questi giorni emerge il fatto che il « bodyguard particolare » di Macron aveva le chiavi della villa del Toquet, la sontuosa residenza in Normandia dove i coniugi Macron trascorrono le vacanze. E il Canard Enchêiné rivela che a inizio settembre, Benalla ha incontrato a Londra un fichier S (soggetto seguito dalle forze dell’ordine per radicalizzazione o legami col terrorismo) legato al sulfureo uomo d’affari Alexandre Djouhri, il cui nome circola anche nell’inchiesta sul finanziamento occulto da parte libica della campagna presidenziale di Sarkozy. L’affare, a proposito del quale Collomb aveva rimproverato Macron di essersi espresso con troppo ritardo e mancanza di chiarezza, ha preso un’ampiezza tale da compromettere definitivamente il rapporto già teso tra il presidente e il suo ministro. 

Non basterà il nuovo e sorprendente merchandising dell’Eliseo -tazze e t-shirt messe in vendita col volto di Macron – a risollevare l’immagine di un presidente sempre più lontano dal suo popolo e ora dai suoi stessi alleati. Non basterà nemmeno qualche fotografia cool scattata con un paio di giovani scapestrati durante il suo recente viaggio alle Antille. Questa ennesima porta che sbatte dovrebbe essere il punto di partenza per una profonda riflessione da parte del capo dello Stato. Chi si vuole fare garante della democrazia in Europa non può in interno tiranneggiare da solo. 

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here