Diranno alcuni: se ci fosse stato un Matteo Salvini quando i genitori di Aznavour furono costretti a riparare in Francia a causa della persecuzione del popolo armeno, Charles non sarebbe mai diventato uno dei più grandi cantautori della storia. Ma è realmente così, oppure è solo un modo come un altro per scrivere un titolo su un giornale? Charles nacque a Parigi per puro caso. I suoi genitori, Micha Aznavourian e Knar Baghdassarian, erano in Francia solo perché stavano aspettando che il visto per gli Stati Uniti fosse pronto, non perché l’avessero scelta come terra d’adozione. Quella di Charles era una (povera) famiglia di artisti – il padre era un baritono, la madre un’attrice e la sorella una pianista – e lui avrebbe fatto di tutto per salire su un palcoscenico anche se i suoi si fossero trasferiti negli States. E figuriamoci cosa sarebbe successo laggiù, visto che gli è bastato fare carriera dall’altra parte dell’oceano per farsi eleggere “miglior cantante di varietà del ventesimo secolo”, davanti a monumenti nazionali del calibro di Frank Sinatra e Elvis Presley. No, il destino di un uomo e di un artista immenso come Aznavour è più grande della politica.

Diranno altri: Charles Aznavour è l’ambasciatore della canzone francese. E invece no, è molto di più. Contrariamente a chi in Francia oggi professa con orgoglio la religione dell’assimilazione e la necessità per gli stranieri di utilizzare solo dei nomi presi dal calendario dei santi, i genitori di Aznavour non hanno mai scelto per lui un nome francese. Lui si chiamava Shahnourh e furono le ostetriche a decidere di chiamarlo Charles perché non sapevano come pronunciare correttamente il suo vero nome. D’altronde, malgrado il suo amore per la Francia, Aznavour resterà sempre legato al suo Paese d’origine: oltre alle continue e ingenti donazioni in denaro, ha chiesto e ottenuto la cittadinanza armena nel 2008, è diventato ambasciatore del suo Paese in Svizzera ed è anche rappresentante dell’Armenia all’ONU. Come se non bastasse, nel corso di tutta la sua carriera, la star francese ha coltivato costantemente la sua passione per le lingue straniere e ha continuato a studiarle con caparbietà e dedizione, spesso di notte, anche passati i novanta, riuscendo con successo a incidere dischi e a cantare dal vivo in inglese, in italiano, in spagnolo, in tedesco e in russo. Aznavour è la personificazione dell’universalità della musica; è un artista sans frontières.

Direte voi: Charles Aznavour deve il suo successo alla sua voce inconfondibile e alle sue melodie senza tempo. E invece no, questo grande cantante è prima di tutto un eccellente paroliere. “Ciò che mi interessa di più sono i testi, non la musica”, ha sempre ribadito. Aznavour, infatti, è sempre rimasto fedele ai suoi esordi, a quando cioè non aveva nient’altro che una matita e un foglio bianco, sul quale scriveva – rigorosamente a stomaco vuoto – le sue storie, che fanno tutt’ora la sua grandezza. “Quando c’è un grande testo, c’è anche una grande canzone”, amava ripetere, anche se i suoi versi non vennero mai considerati all’altezza di quelli dei suoi colleghi “intellettuali”, da Georges Brassens a Léo Ferré. Completamente diverso, invece, è il discorso che riguarda la sua voce, a lungo stroncata, se non addirittura umiliata dai critici dell’epoca, che la paragonavano a un macinapepe. Ma Aznavour non si è mai lasciato abbattere, al contrario, ha reagito alle critiche col sacrificio, imponendosi una ferrea disciplina degna solo di un autodidatta che non vede l’ora di sbarazzarsi della povertà.

Diranno quelli: Aznavour ha scritto solo canzoni d’amore. Tutt’altro. Detto anche “l’uomo dalle 1000 canzoni” – erroneamente, a dire il vero, perché ne ha incise un migliaio, ma ne ha scritte molte di più -, le storie cantate da Aznavour sono lo specchio della sua vita, in tutte le sue sfaccettature, sempre tremendamente sincere e fedeli alla sua immagine di antieroe, un po’ bohèmien, un po’ – diciamolo una volta per tutte – sfigato. Non solo l’amore, dunque, ma anche le continue riflessioni sull’arte, sulla povertà, sul successo, sull’amicizia, sulla vecchiaia e sul tempo che passa. Inesorabilmente.

Diranno quelle: solo un uomo che ama le donne in maniera incondizionata può scrivere una canzone come “She”. È vero, ma Aznavour, pur essendo romantico, non è mai stato un ruffiano. O almeno, non nelle sue canzoni. Anzi, fu uno dei primi artisti a superare la barriera dell’amore platonico e sdolcinato e a descriverne, invece, le manifestazioni più concrete, fisiche, comprese quelle che hanno a che fare con l’inevitabile deterioramento del corpo al sopraggiungere della vecchiaia. Le donne, nei suoi testi, le ha amate, certo, ma le ha anche – giustamente – odiate: basta ascoltare “Tu T’laisses Aller” per rendersene conto.

E ancora: Aznavour canta bene, ma è brutto da vedere. Eppure, proprio come accadde al suo modello, la non proprio graziosissima Edith Piaf, Charles verrà ricordato anche per la sua incredibile presenza sul palco: i suoi gesti, le sue espressioni e quella tecnica che a volte strizza l’occhio al teatro-canzone – mitiche le sue interpretazioni de “La Bohème” in cui mima i gesti di un pittore o le ultime frasi di “Ed io tra di voi” o ancora il famoso movimento della mano sinistra durante il ritornello di “Emmenez moi”. Inoltre – all’estero lo sanno in pochi – sarebbe il caso di non dimenticare che Aznavour ha recitato in più di sessanta lungometraggi – ha ricevuto perfino un César alla carriera (il corrispettivo del nostro David di Donatello, ndr). Tra le sue interpretazioni più famose, tra l’altro, c’è quella nel film d’esordio di un certo François Truffaut, “Tirate sul pianista”.

E infine: Aznavour era il classico vecchio con le tasche piene che ha avuto successo e che continuava a vivere di rendita. Sicuro? Charles ha inciso il suo ultimo album nel 2015, alla veneranda età di 92 anni e non ha mai smesso di scrivere canzoni. La settimana scorsa, cioè qualche giorno prima che la morte lo cogliesse durante il sonno, nel letto di casa sua, era in tournée in Giappone, nonostante la doppia frattura al braccio sinistro e i dolori lancinanti che gli impedivano di muoversi decentemente sul palco. Fino a pochi giorni fa – dicono gli amici e i conoscenti in queste ore alla tv – diceva di voler fare un musical e parlava di un’infinità di altri progetti futuri, come se l’età e la fine che si avvicina inesorabilmente fossero semplicemente un dettaglio, un imprevisto da risolvere al più presto prima di rimettersi in viaggio.

La verità è che c’è poco da dire, purtroppo, quando ci si trova a dover parlare di un mostro sacro come Charles Aznavour. Forse è meglio limitarsi ad ascoltarlo, ancora e ancora, e amarlo, odiarlo o ignorarlo, ma senza dimenticarsi di prenderlo per quello che è: il più grande.

Federico Iarlori

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here