Sarebbe bello che l’odio dei “populisti” – sia di chi governa, sia di chi li ha votati – si riversasse davvero sui “signori apolidi della finanza”, come li chiamerebbe Diego Fusaro. E invece, visto che quelli – per definizione – non si sa neanche dove andarli a trovare, finisce che i veri bersagli diventino altri. I primi della lista – è difficile negarlo – sono i cosiddetti “radical chic”, considerati generalmente come una sorta di portaborse dei potenti o come gli agenti ideologici delle lobby globalizzate e sulla cui definizione, ultimamente – non se ne parlava dai tempi del cashmere di Bertinotti -, continuiamo tutti ad arrovellarci.

C’è chi, come i “gialloverdi”, li identifica con i “piddini” e chi invece sostiene che non sia possibile, perché gli elettori del Pd non sono affatto “radical”, ma sono moderati. Quasi tutti, invece, concordano sul fatto che oggi i radical chic appartengano a una casta di politici (vedi la Boldrini), imprenditori (vedi Della Valle) o intellettuali (i vari Saviano, Serra, Raimo) apertamente di sinistra – quindi progressisti, ecologisti, politicamente corretti -, ma col portafoglio a destra. E se è vero che siamo entrati nell’era dei populismi, cioè della lotta tra popolo (occidentale) ed élite, tra poveri (occidentali) e ricchi, va da sé che siano loro i primi a finire nel tritacarne dei nemici da combattere. Ma siamo sicuri che un imprenditore di successo come Diego Della Valle e un semplice professore del liceo come Christian Raimo possano essere messi nello stesso sacco?

In Francia i nostri “radical chic” erano considerati come esponenti della cosiddetta “gauche caviar”, un termine utilizzato per la prima volta dalla stampa francese di estrema destra per connotare in modo dispregiativo le nuove élite di sinistra al potere dal 1981 – per capirci: François Mitterand e compagnia. Poi è arrivato il termine “bobo”, contrazione di “bourgeois bohemian”, coniato nel 2000 dall’americano David Brooks per identificare i ricchi progressisti che vivevano nel Greenwich Village a New York. Questa parola, che ha stranamente riscosso un enorme successo in Francia, non solo ha finito per sovrapporsi semanticamente all’espressione gauche caviar, determinandone in pratica l’estinzione, ma ha inglobato sotto la stessa etichetta anche tutti gli altri elettori di sinistra che disponevano sì di un ingente capitale culturale, ma non necessariamente del corrispettivo capitale economico.

Nel corso degli anni, il termine ha assunto una connotazione sempre più dispregiativa, fino a raggiungere il suo apice durante la campagna elettorale delle ultime elezioni presidenziali francesi, quando cioè è stato utilizzato a più riprese da Marine Le Pen per stigmatizzare i nemici del popolo: l’élite intellettuale di sinistra, urbana e globalizzata, ovvero le famose persone – per dirla con Sarkozy – che vogliono più immigrati, ma che vivono in centro città e non prendono mai il metrò,  che si oppone ai francesi di provincia, alle comunità rurali e operaie, agli sconfitti della globalizzazione. 

Ma quando i populisti puntano il mirino contro i bobos, sono sicuri di sapere chi hanno sotto tiro? Siamo davvero sicuri che non stiano correndo il rischio di sparare sulla Croce Rossa?

Come già ampiamente dimostrato nel recente saggio Les bobos n’existent pas (I bobos non esistono) questa parola non rende affatto giustizia all’enorme eterogeneità sociologica che è stata compressa al suo interno. Non c’è nessun interesse di classe condiviso tra il borghese aperto e di sinistra che abita il ricchissimo III arrondissement di Parigi e l’intellettuale precario che abita Montreuil, in periferia, così come non c’è nessuna comunanza ideologica tra il bobo “gentrificatore” che, colonizzandoli, finisce per escludere le minorità etniche dai quartieri più popolari e quello che invece sceglie quei quartieri proprio perché considera il multiculturalismo come una ricchezza. Eppure, li si identifica con la stessa parola.

Per valorizzare la grande varietà di universi, di mestieri, di punti di vista, di abitudini, e di ideali che sono contenuti nella parola bobo – e perché no, anche per smontarne i luoghi comuni e metterne in luce le tante contraddizioni – i giornalisti francesi Thomas Legrand e Laure Watrin hanno raccolto in un agile libricino Les 100 mots des bobos (Le cento parole dei bobos), un dizionario nel quale sono convinto che la maggior parte dei lettori parigini non potrà negare di riconoscersi almeno un po’.

Leggendolo si scopre, ad esempio, come i bobos abbiano contribuito in maniera determinante a lanciare delle mode – spesso coerenti con uno stile di vita virtuoso – che sono diventate mainstream: l’uso della bicicletta in città, ad esempio, o l’abbandono delle cialde per fare il caffè, un’abitudine non solo terribilmente costosa, ma anche dannosa per l’ambiente, o ancora l’importanza di dedicare tempo e denaro alla cultura e all’attivismo sociale.

Per non parlare dello sdoganamento della barba lunga – oggi portata dal 40% dei maschi francesi – che ha migliorato l’estetica di tanti uomini. Consiglierei a François Hollande di farci un pensierino.

E che dire del contributo dei bobos alla divisione dei ruoli in famiglia? Lavorando spesso in proprio e avendo quindi degli orari più flessibili e più tempo a disposizione, i papà bobo hanno dato l’esempio, dimostrando che gli uomini possono occuparsi della casa e dei figli tanto quanto le donne e contribuendo ad alleggerire quel cosiddetto “carico mentale” che, pesando esclusivamente sulle spalle delle madri di famiglia, rappresenta un problema sempre più di frequente nelle coppie moderne.

Ma gli autori non dimenticano di mettere in luce anche le inevitabili contraddizioni presenti nell’universo dei bobo. Come la loro passione per i prodotti Apple, ad esempio, che mal si accorda con il loro tanto sbandierato credo anticapitalista, oppure, sempre per restare nell’ambito tecnologico, il massiccio utilizzo di computer, tablet e smartphone – i bobos sono per definizione iperconnessi – che poco ha a che vedere con il dogma “écrans zéro” (zero schermi) imposto ai loro figli. O ancora, la loro passione per i viaggi – “i bobos prendono gli aerei come se fossero degli autobus” -, pur essendo dei convinti ecologisti, o quella per la campagna, pur rappresentando il simbolo delle metropoli cosmopolite.

Infine, come non parlare del “bobodramma” per eccellenza – così lo definiscono gli autori del libro -, ovvero il momento in cui i bobos si rendono conto che iscriveranno i propri figli alle scuole private. 

Eh sì, l’ipocrisia – si legge nel libro – è ciò che viene rimproverato maggiormente ai bobos, accusati di vendersi come gli scudieri della diversità, etnica e sociale, pur rimanendo nei fatti segregati nel loro gruppo di appartenenza e anzi, innescando il famoso processo della “gentrificazione”, ovvero dell’esclusione dei più poveri dal tessuto urbano in cui mettono piede e proliferano.

Ma i bobos, l’abbiamo già detto, non rappresentano un insieme omogeneo, tutt’altro. Lo dimostra il fatto che non sono pochi gli elementi di frattura al loro interno. Si pensi, ad esempio, al tema dell’allattamento: da una parte le mamme bio, che non rinuncerebbero mai a dare il seno ai loro figli, anche se sono costrette a farlo in pubblico; dall’altra le femministe, che fedeli al pensiero della filosofa Elisabeth Badinter, combattono apertamente l’allattamento naturale considerandolo come una forma ingiusta di schiavitù legata alla maternità. 

Lo stesso discorso vale per il tema della laicità, che, soprattutto dopo gli attentati islamisti del 2015 avvenuti nel quartiere bobo per eccellenza di Parigi, divide e non poco: da una parte c’è chi sostiene incondizionatamente la libertà di culto, dall’altra chi – temendo eventuali restrizioni della libertà di espressione (vedi l’attentato alla redazione del settimanale satirico “Charlie Hebdo”) o la deriva maschilista nelle scuole – è più favorevole a una laicità senza se e senza ma.

Insomma, se proprio vogliamo sparare sul bobo, sarebbe cosa buona e giusta informarsi come si deve su chi abbiamo davanti, prima di premere il grilletto. Potrebbe essere uno dei nostri.

Federico Iarlori

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