In piena crisi finanziaria, mentre ai popoli europei si chiede di fare sacrifici, gruppi segreti di trader legati alle più grandi banche europee partecipano a operazioni sul filo della legalità, che avrebbero sottratto al Fisco degli Stati europei circa 55 miliardi di euro in quindici anni. 

Un’evasione fiscale di proporzioni colossali, messa in atto coscienziosamente proprio dalle banche: la notizia pubblicata da Le Monde e da un collettivo di giornali europei tra cui la nostra “Repubblica”, è un’autentica bomba. Innescato da più di un decennio ed esploso ora, questo ordigno di rivelazioni mette ancora più in difficoltà il presidente francese Macron, che forse più degli altri leader europei, da ex Ministro dell’Economia e beniamino dei Rotschild, non poteva non essere a conoscenza di ciò che si trama da anni nei back office delle più importanti banche europee, e questo mentre la sua voce da oratore teatrale chiede ai pensionati da 800 euro al mese di « avere pazienza » tagliando le loro parche risorse, e chiede ai giovani di adattarsi a svolgere qualunque mestiere e a qualunque condizione, pur di uscire dalle statistiche della disoccupazione. 

La Francia sola avrebbe perso più di 3 miliardi di euro l’anno a causa di pratiche legate all’arbitraggio dei dividendi azionari. Vediamo come. 

L’indagine ha preso avvio in Germania dalla procura di Colonia. Tra le banche coinvolte vi sono i seguenti istituti di credito: Goldman Sachs, Bank of America, Santander, Barclays, Bnp Paribas, Société Générale, Crédit Agricole e un istituto appartenente al gruppo Unicredit: HypoVereinsbank. Per uno dei trader coinvolti nell’inchiesta e interrogati da Le Monde: « sarebbe più facile elencare le banche che NON hanno partecipato » sottintendendo con amara ironia che quasi tutti i più grandi istituti di credito hanno fatto parte del dirty game. 

In dieci- quindici anni l’Italia avrebbe perso una decina di miliardi di euro, mentre si parla di 17 miliardi complessivi per la Francia. 

La dinamica sotto accusa è la seguente: tramite il lavoro dei trader, la proprietà delle azioni viene assegnata temporaneamente a terzi per abbassare la fiscalità: si chiama comunemente « arbitraggio dei dividendi ». Questo tipo di meccanismo raggiunge l’apoteosi con le operazioni « cum-cum » o le più aggressive « cum-ex », che si concludono con la restituzione da parte dello Stato dell’imposta sui guadagni sul capitale applicati ai dividendi, anche quando questa imposta non è mai stata pagata al fisco della nazione in questione. 

Le operazioni di questo tipo avvengono in genere alla vigilia dello stacco del dividendo per facilitare, giocando sui tempi, un complicato sistema di acquisto-vendita di azioni allo scoperto che ha in genere come protagonisti tre investitori, di cui uno all’estero, e ha come finalità poter chiedere il rimborso o l’esenzione fiscale e ottenere certificati fiscali artificiali e gonfiati a carico dello Stato per centinaia di migliaia di euro a operazione. Con molte opzioni sulle stesse azioni, lo Stato rimborsa più volte. 

Perché questo sistema funzionasse per anni, è stata necessaria una complicità totale da parte di trader, banchieri, fondi di investimento. La collusione fra questi intermediari è stata definita dal direttore dell’amministrazione fiscale tedesca, Michael Sell, come « un vero e proprio atto di crimine organizzato ». 

Fino ad oggi, il fisco francese, non ha mai trovato niente da ridire a queste pratiche. Un altro trader intervistato nel corso dell’inchiesta ha spiegato a Le Monde: « se lo Stato francese sanzionasse questi investitori, si limiterebbero a proseguire queste operazioni all’estero ». 

C’è da chiedersi perché siano ancora definiti « investitori » soggetti il cui unico scopo è riempirsi le tasche. 

Ma in nome di questo concetto, così caro al presidente che non vuole tassare i capitali finanziari – « perché se no gli investimenti vanno fuori »,  nessuno studio è stato finanziato per capire l’impatto reale di tali meccanismi fraudolenti sull’economia francese. 

Nessuna reazione sullo scandalo è giunta poi da Emmanuel Macron, a meno che, tacendo ostinatamente, non abbia voluto decretare un minuto di silenzio per le tasche degli europei.  

 

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