L’apocalisse ambientale: il messaggio inquietante rivelato dalle dimissioni di Nicolas Hulot. 

« Alouette, gentille alouette… » chissà se Nicolas Hulot, ministro dell’Ambiente, fischiettava tra sé e sé questo motivetto, per distendersi e placare lo stress e la frustrazione crescente,  mentre il presidente Emmanuel Macron lo trascinava di forza a un incontro con la lobby dei cacciatori. Lo scopo? Favorire l’allegra banda armata di carabine e abbassare il costo del permesso di caccia della metà, da 400 a 200 euro. E ampliare la lista delle specie « cacciabili ». A oggi, come spiegato dal presidente della LPO (lega per la protezione degli uccelli, il corrispondente della LIPU italiana) Allain Bougrain Dubourg, in Francia  i cacciatori hanno « licenza di uccidere » 64 specie di uccelli. Bougrain Dubourg, che da una vita si dedica alla protezione degli animali, si rammarica del fatto che negli altri Paesi d’Europa vi siano in media 14 specie « cacciabili » e che in Francia la lobby dei cacciatori sia troppo influente, al punto di far  includere in quella famosa lista anche specie in pericolo come l’oca cenerina. La proposta di Macron sarebbe addirittura di rendere ancora più « flessibile » questa lista, aggiungendo – in casi vagliati di volta in volta da una commissione scientifica, non si capisce bene attraverso quali cirteri – la possibiltà di cacciare uccelli finora protetti, quali il cormorano. 

Deve essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. 

Nicolas Hulot, senza alcun preavviso, ha dato una settimana fa le dimissioni in diretta su Radio France Inter, lasciando di stucco i presentatori della trasmissione e le centinaia di migliaia di ascoltatori. Deve essere rimasto di stucco anche Macron, sapere all’improvviso che il suo protetto, quell’Hulot che i suoi consiglieri in comunicazione avevano così auspicato veder rivestire il ruolo di ministro dell’Ambiente grazie alla sua fama mediatica, implicitamente rivelava al mondo che uno degli slogan presidenziali, quel Make the planet great again, non era altro che fumo negli occhi, null’altro che « poudre de perlinpinpin » per riprendere un’altra espressione  celebre usata dal Presidente nel suo dibattito contro Marine Le Pen alla vigilia delle urne. 

No, decisamente per Macron l’ecologia non è la priorità numero uno, nonostante la giovane età il presidente si rivela un politico old style, un uomo di compromesso poco avvezzo alle decisioni rivoluzionarie, per quanto queste sarebbero oggi più che mai necessarie. 

Hulot ha gettato la spugna. 

C’era già stata la lotta contro il glifosato cancerogeno, – il famigerato diserbante che causerà il decesso di Dwayne Johnson, il giardiniere americano che ha vinto la prima fase del processo contro il gigante Bayer-Monsanto –  lotta durante la quale Hulot ha sì ottenuto la messa al bando, ma non con l’urgenza necessaria alla salute pubblica, bensì coi tempi lenti della politica del perpetuo compromesso:  tre anni. Tre anni e « poi si vedrà », perché in realtà, secondo i limiti posti da Macron, « si dovrà trovare un’alternativa valida da proporre agli agricoltori ». 

Il problema è che alternative  valide già esistono: un esempio, la società bretone Osmobio ha messo a punto un diserbante ecologico che potrebbe sostituire il pericoloso glifosato, ma da due anni, il suo dossier è bloccato senza ragioni presso l’Agenzia Nazionale di Sicurezza Sanitaria che dovrebbe concedere il permesso di commercializzazione. Due anni persi a tergiversare mentre gli agricoltori muoiono avvelenati. 

Dopo il caso Johnson, Jean Claude Terlet, contadino dell’Aisne, colpito da un cancro alla prostata, ha denunciato per avvelenamento la multinazionale americana presso la procura di Lione. Le analisi a cui è stato sottoposto hanno rivelato la presenza di 0,25 mg di glifosato su un litro di urina, una contaminazione inquietante. 

C’è poi l’associazione Phyto-Victimes, che raccoglie le testimonianze di un numero importante di contadini francesi vittime di malattie dovute al contatto diretto e prolungato coi pesticidi e i diserbanti quali il famoso Round Up di Monsanto. Il gruppo è stato fondato dall’agricoltore Paul François, colpito da disturbi neurologici severi dopo anni di utilizzo di erbicidi. 

Senza contare gli studi internazionali, fra i quali quello redatto dai ricercatori della Davis University in California e considerato ineccepibile dai professori dell’Inserm francese, che hanno provato la stretta relazione fra uso di pesticidi e sviluppo dell’autismo nei bambini, tanto da mettere in guardia le donne incinte che vivono in zone rurali dove vengono impiegati questi prodotti chimici: avrebbero 66% di probabilità in più di vedere manifestarsi i segni dell’autismo nei loro figli. 

Nonostante tutte  queste campane d’allarme agitate da più parti, il governo  non ha mostrato particolari attenzioni o segni di preoccupazione concreta, limitandosi a patteggiare con le lobby dell’agrochimica e portando il limite dell’uso del pesticida a tre anni. In teoria, perché nella pratica, i membri dell’Assemblea hanno rifiutato di iscrivere in termini di legge, nero su bianco, questa decisione, giustificandosi con « è meglio non aizzare le tensioni ».  Ossia: « lasciamo aperta una via d’uscita semmai cambiassimo idea ». 

Oltre al dossier glifosato e pesticidi, fra le molteplici  ragioni che sembrano aver spinto Hulot verso l’uscita di scena c’è la ferita aperta di Bure. 

DaVincipost ne aveva parlato qui: http://davincipost.info/it/2016/09/discarica-nucleare-piu-grande-deuropa/

Nicolas Hulot è sempre stato contrario a questo progetto faraonico che prevede la costruzione di gallerie a 500 metri sotto terra per depositare 85.000 metri cubi di scorie e materiale radioattivo, facendone di fatto la più grande discarica nucleare in Europa.

Ma una volta raggiunto gli scranni del potere, ha dovuto far buon viso a cattivo gioco. E proprio mentre i poliziotti mandati da Parigi sgomberavano con le maniere forti  i militanti anti-nucleari che protestavano sul sito, Hulot si trovava costretto a mediare e ad ammettere che quella discarica « da qualche parte si deve pur fare » dimenticando magicamente  le pressioni violente inflitte agli abitanti del luogo da parte della lobby nucleare. 

Daniel Cohn Bendit, rifiutando la proposta di prendere il posto di Hulot al governo,  ha detto bene:  « non c’è tempo di aspettare il « buon governo » che finalmente si occupi di soluzioni ecologiche. L’urgenza è adesso, le soluzioni si devono trovare adesso! » 

Proprio oggi l’ong Generations Futures ha pubblicato un rapporto inquietante sulle conseguenze dei perturbatori endocrini nell’alimentazione sulla salute pubblica, argomento affrontato in campagna elettorale dal socialista Benoit Hamon ma messo praticamente da parte da Macron. Se l’ex ministro dell’ecologia Segolène Royale, durante la presidenza di Hollande, si opponeva da più di un anno al progetto di legge della Commissione Europea sul regolamento imposto all’uso dei perturbatori endocrini, giudicata lassista e inefficace dalla comunità scientifica, il progetto ha trovato l’approvazione il 4 luglio scorso. 

Frustrante, senza dubbio. Hulot, costretto per mesi a ingoiare rospi, deve aver fatto indigestione. 

I commentatori francesi dei media main-stream si sono perlopiù limitati a parlare della vicenda analizzando la personalità di Hulot, il suo vezzo di giocare al protagonista, la sua impulsività. In pochi hanno davvero realizzato e denunciato cosa queste dimissioni rappresentino davvero. 

Per noi tutti. 

 Ci troviamo in una congiuntura cruciale per l’ambiente, il nostro futuro è ben descritto dalla web serie di documentari titolata Next e realizzata dal giornalista francese Clement Montfort: una successione di panne climatiche, di catastrofi naturali sempre più violente, di irrimediabili carenze di risorse, di avvelenamento collettivo dovuto all’inquinamento e alla supremazia dell’industria agro-alimentare. Il tutto seguito dall’inerzia colpevole della politica, quasi insensibile al fatto che il mondo abbia ormai comprato un biglietto di sola andata verso la fine. 

Se non ci muoviamo NOI, LORO non lo faranno, stretti come sono dalle briglie del compromesso politico, stretti ai doppi fili che li legano ai giganti dell’industria più attenta al profitto che all’interesse generale, imbavagliati dalla burocrazia. 

Se uno come Hulot ha sbattuto la porta, è ora che noi tutti tentiamo di forzare quella porta, ognuno col suo impegno personale, non perché il futuro dei nostri figli sia migliore, ma semplicemente perché ai nostri figli sia concesso un futuro. 

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