Nonostante gli ammirevoli tentativi di costruirsi un’aura di santità, meglio restare con i piedi per terra: Macron non è San Francesco d’Assisi. Tutt’altro. Qualche giorno dopo l’annuncio del suo famigerato “piano contro la povertà” – più che un convinto cambio di rotta, un disperato tentativo di recuperare punti nei sondaggi che lo vedono in picchiata da qualche settimana – il Presidente francese si è tradito per l’ennesima volta, permettendo alla sua vera natura di tornare a galla: “Se attraverso la strada ti trovo io un lavoro!” – avrebbe risposto in un impeto di sincerità ad un orticoltore seriamente preoccupato dal fatto di non riuscire a trovare un impiego. Una battuta che – come al solito – sta facendo il giro del web e che sarà archiviata insieme a tutti i grandi classici del “Presidente dei ricchi”: dal “se vuoi una giacca come la mia vai a lavorare”, agli assegni sociali che “costano un botto allo Stato anche se poi i poveri restano tali”. Secondo Macron, insomma, basta muovere le chiappe ché di lavoro ce n’è, anzi, te lo buttano dietro.

Così, mentre Monsieur le Président parla dell’importanza dell’istruzione per uscire dall’indigenza (“La povertà non deve più essere un’eredità”, ha detto) e consiglia al giovane disoccupato di smetterla di girarsi i pollici e di essere ottimista, il ministro Blanquer – questo sì che si chiama tempismo – annuncia un taglio di 1800 posti di lavoro nella scuola pubblica per il 2019. Ammesso e non concesso che si tratti di una misura necessaria, è piuttosto difficile capirne il senso, visto che la Francia – secondo le cifre pubblicate dal quotidiano Le Parisien – sarebbe il quarto Paese europeo con il maggior numero di allievi per insegnante e che per l’anno prossimo è previsto un aumento di circa 40mila studenti. 

Insomma, dopo la carota degli 850 milioni di euro (+1,7%) stanziati per “aumentare il potere d’acquisto degli insegnanti” – che per il momento, insieme agli italiani, restano tra i peggio pagati d’Europa (24.595 euro lordi all’anno contro i 44.860 dei tedeschi) e che, scrive il quotidiano l’Humanité, coprirà a stento il costo dell’inflazione – è arrivata una bastonata che sa anche di beffa: non solo c’è chi si ritroverà senza lavoro, ma quelli che conserveranno il posto saranno obbligati a lavorare di più, visto che il monte ore – ha detto Blanquer – dovrà essere garantito. Considerando che non dovranno pagare i contributi sulle ore supplementari, gli insegnanti guadagneranno effettivamente qualcosina in più, ma a scapito della loro salute – un’ora in più di lezione frontale non è paragonabile a un’ora extra in ufficio – e della qualità dell’insegnamento. 

Se paragonate a quest’ultima drastica misura di austerità, i precedenti provvedimenti del ministro dell’Istruzione – si pensi, ad esempio, alle polemiche sull’insegnamento dell’arabo nelle scuole dell’obbligo o al dibattito sulla circolare che vieterebbe l’uso degli smartphone in classe – assumono più o meno il valore di un set di specchietti per le allodole.

Smarcandosi in maniera netta dai suoi predecessori socialisti – Peillon, Hamon e Belkacem avevano creato 60mila posti di lavoro in più nella scuola pubblica – Blanquer, che ne aveva già soppressi 80mila quando era ministro durante la presidenza Sarkozy, si iscrive perfettamente nella linea destrorsa e classista del suo Presidente: i nostri amici ricchi andranno nel privato, quanto ai poveri, nessun bisogno di studiare per fare i lavoretti che gli metteremo a disposizione. Allo stesso modo, il “Sopprimiamo gli insegnanti per insegnare meglio” entra a pieno titolo nel solco della “neolingua” di orwelliana memoria tanto affine alla filosofia macronista: “Riformiamo il codice del lavoro per proteggere meglio i lavoratori”, “Diamo di più ai ricchi per aiutare di più i poveri” e “Rifiutiamo di vietare il glifosato per poterlo eliminare meglio” – i deputati della République En Marche (il partito fondato da Macron, ndr), tra l’altro, hanno appena votato contro.

Anche in Italia – e non è affatto una novità – il futuro della scuola pubblica sembra tutt’altro che roseo. Il nuovo ministro dell’Istruzione Bussetti ha già lanciato il campanello d’allarme alla fine dell’estate: “se non si trovano 800 milioni – quelli che Blanquer, invece, è riuscito a stanziare, seppur vendendoli come una rivoluzione degna del plauso incondizionato dei suoi dipendenti – gli stipendi degli insegnanti dovranno subire un taglio a partire da gennaio 2019”. Un segnale preoccupante da parte di un Governo che aveva annunciato con fermezza l’intenzione di riprendere in mano la Buona Scuola di Renzi – giudicata iniqua e classista – e salvare l’istruzione pubblica italiana, ormai storicamente martoriata dai continui tagli ai finanziamenti e dalle costanti elargizioni alle scuole paritarie private. È proprio vero che al peggio non c’è mai fine.

Federico Iarlori

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