Una ragazza velata, Mennel,  cacciata da uno show francese per i suoi tweet complottisti. In Italia: l’iniziativa  del Museo Egizio e la protesta di Giorgia  Meloni. Nei due Paesi, la strumentalizzazione politica fa sì che le opportunità  di dialogo sfumino in continue occasioni mancate.

Qualche settimana fa, l’Italia era scossa dall’atto folle e criminale compiuto da Luca Traini. Testa rasata, Mein Kampf in bella vista nella libreria, il giovane estremista è andato a caccia di immigrati e ne ha feriti gravemente sei.

Paradossalmente, quello del « camerata » Traini, è stato l’unico atto terroristico commesso in italia da quando è iniziata la stagione della paura, cominciata con i drammatici attacchi in Francia. Solo che a commetterlo  non è stato un fanatico dell’EI, ma un italiano, e nei confronti proprio di quelli che vengono sospettati di voler introdurre in Italia sangue e paura: gli immigrati.

La paura, da un po’ si stende come un velo di nebbia glaciale sulla penisola. Una paura che vede le sue origini in un malessere generalizzato. Quello di una classe media martirizzata dalla crisi, quella delle generazioni più giovani dal futuro amputato dalla disoccupazione e dal precariato, quella dei vecchi impotenti nell’aiutare la famiglia, quella di certe province dimenticate dove la scritta « vendesi » su villini e capannoni si ripete ovunque come un mantra. 

In questa Italia disillusa, che terrà alta la percentuale delle astensioni durante il voto del 4 marzo, la paura per l’ »altro » nei confronti degli immigrati che approdano a migliaia sulle coste siciliane, si è insinuata a dosi omeopatiche, fino a tradursi in veleno, il veleno del razzismo e dell’intolleranza.

La politica ha innescato una guerra tra poveri. L’italiano vede il suo mondo di certezze crollare, vede il suo stile di vita sconvolto dalla crisi, e vede negli immigrati l’ennesimo tsunami di cambiamenti, questa volta sociali e culturali. In questo modo gli italiani vacillano, rivogliono il mondo di prima, rivogliono le certezze, sono pronti ad accettare il motto « si stava meglio quando si stava peggio ». Fa così la sua ricomparsa sulla scena politica la vecchia guardia berlusconiana. Il Cavaliere in persona, benché ineleggibile, si rimette in gioco, affiancato da Salvini, l’ »uomo del popolo » il politico che parla come un camionista ma é capace di frugare nelle pattumiere dell’odio per riciclarne voti. E poi c’è lei, Giorgia Meloni, un coacervo di esagerazioni. Troppo gesticolare, troppa enfasi, troppa politica urlata. Il gruppo di destra formato dall’unione dei tre, dati gli ultimi sondaggi probabilmente non vincerà le elezioni del 4 marzo, ma è questo gruppo a parlare al ventre del Paese, alle sue paure, alle sue fragilità.

La comparsata di Giorgia Meloni davanti al Museo Egizio di Torino per protestare col direttore Christian Greco sull’iniziativa di fare entrare gratuitamente le coppie arabe al museo, ha giocato proprio su questo: sulla paura.

Il suo rumoroso sit-in non era nient’altro che un occhiolino agli Italiani poveri, quelli che non sono stati invitati a visitare l’Egizio a tariffa ridotta, quelli che devono essere pilotati, mossi come marionette contro « gli altri ». La Meloni ha trasformato un’iniziativa che voleva essere definita coi vocaboli « integrazione e dialogo » in un’iniziativa che recava le stigmate della discriminazione al contrario. In una parola, quella che ha operato la Meloni è stata né più, né meno che becera strumentalizzazione.

Ma c’è un però. Questo « però » si colloca nei territori della sinistra relativista, quella che classifica quella famosa paura degli Italiani con un solo termine, « razzismo », e rifiuta di vedere che, se ben esiste una minoranza di razzisti veri, duri e puri come il criminale filo-nazista di Macerata, esiste soprattutto una gran parte di popolazione che teme i cambiamenti sociali e culturali imposti dai processi migratori. Non sa come gestirli, non sa bene che fare. E certe iniziative destabilizzano, scaldano gli animi, e anziché essere spunto finalmente per un dialogo e per certi necessari chiarimenti, confondono le acque, generano ulteriori timori e confusione.

L’iniziativa del Museo Egizio può essere annoverata fra questi momenti.

Da una parte ci sono le lodevoli intenzioni del direttore di aprire le porte di un bellissimo museo ai nuovi cittadini. Dall’altra c’è la pubblicità realizzata per diffondere l’iniziativa: una coppia, lei velata, e la scritta solo in arabo.

Perché la pubblicità non è anche in italiano? Perché la donna, se araba, deve essere per forza velata? Chi ha ideato quella pubblicità dovrebbe sapere che esistono anche i laici nei Paesi musulmani, no? Perché a loro non si tende mai la mano? Perché mantenere questo cliché? Soprattutto se l’intenzione è « progressista », ossia promuove un’apertura alla cultura e – si spera di conseguenza – all’emancipazione.  

Perché alimentare e nutrire di argomenti personaggi discutibili e potenzialmente pericolosi come Salvini e Meloni?

L’Italia sta forse commettendo l’errore della Francia, colpevole di aver accusato per anni di razzismo coloro che invece si limitavano a denunciare l’ascesa di un Islam politico e radicale? Facendo così dei latrati del Front National le sole voci a difesa della laicità, fino a portare la leader del partito xenofobo a un passo dalla presidenza? La presenza salafita in Italia non è inquietante come lo è in Francia, ma sarebbe stato bello se in quella pubblicità, la donna fosse stata senza velo, invece di premere sul cliché per ben identificare la parte di popolazione a cui era diretta.

Purtroppo il tempo delle incomprensioni non è terminato. E non è terminato nemmeno nella Francia di Macron.

Una decina di giorni fa una bellissima e talentuosa ragazza di origini siriane, capelli coperti da un foulard, ha cantato in arabo al talent show The Voice, una stupenda interpretazione di « Hallelujah » di Leonard Cohen. La ragazza ha passato le selezioni ma si è poi ritirata in seguito alla bufera mediatica scatenata da alcuni suoi vecchi tweet riapparsi sul web, tweet in cui Mennel, questo il nome della giovane, aderiva alle teorie del complotto e diceva che gli attacchi terroristici di Nizza fossero voluti dal governo e non frutto della follia dei terroristi islamici. I tweet sono stati abbondantemente commentati e sanzionati dall’opinione pubblica, spaccata in due fra chi li riduceva a « un errore di gioventù » e chi vedeva in quelle frasi i germi dell’islamismo nemico della République. C’è chi accusa Mennel di essere prossima dei movimenti radicali, e chi la assolve dicendo che la sua « cacciata «  è frutto di razzismo e intolleranza. Chi dice vero? Il giornalista francese Bernard Schalscha fa notare che l’avvocato scelto dalla cantante altri non è che Hosni Maati, l’avvocato che già perse contro Caroline Fourest, la giornalista che il caso Ramadan ha riportato in prima pagina. Era stata proprio la Fourest infatti, fra i primi a denunciare il « doppio discorso » di Tariq Ramadan, moderato coi politici francesi e prossimo al fondamentalismo quando si rivolgeva ai « suoi ». Hosni Maati fu scelto da Ramadan per accusare la Fourest di diffamazione e islamofobia, ma la giornalista dimostrò che le sue rivelazioni erano autentiche e Maati perse la causa. Ora lo stesso avvocato difende Mennel. Un caso?

Alcuni giornali stranieri hanno tagliato corto sulla questione pubblicando titoli come « la Francia non tollera il velo ». Ma è davvero così da stigmatizzare un’opinione pubblica ancora traumatizzata dalla scia di sangue che dal 2012 in poi, ha causato la morte di più di 250 persone sul suolo francese e reagisce ancora coi nervi a fior di pelle? In causa in questo caso non era certo il velo, ma i tweet complottisti. Perché attizzare la polemica falsando le cause scatenanti, deviando su un’altra tematica?  Perché accusare la tv francese di razzismo? Tornando allo show da cui Mennel si è allontanata, l’edizione svoltasi nel 2016, in piena minaccia terrorista, è stata vinta da Slimane, ragazzo di banlieue di origine maghrebina, dal talento impressionante. Per fortuna l’arte e la musica uniscono ancora e si dimostrano più intelligenti della politica, e per fortuna la tv d’oltralpe – a parte qualche personaggio discutibile –  non è razzista come si vuol far credere.

Ma da una parte e dall’altra c’è chi gioca sulle paure, più o meno legittime.

Il grande perdente, in queste due situazioni, il caso Mennel in Francia e il caso del Museo Egizio in Italia, è stato il dialogo. L’opinione pubblica é rimasta divisa in due fazioni distinte e inconciliabili.

Come ha denunciato il professor Said Benmouffok sulle pagine di Libération qualche giorno fa, ora Mennel sarà strumentalizzata dai movimenti radicali come « vittima dell’islamofobia ». La trasmissione The Voice ha un ‘audience formidabile, i  tweet di Mennel, dal momento che la ragazza si è scusata pubblicamente, avrebbero potuto essere una straordinaria opportunità per rivolgersi ai giovani e smontare le teorie complottiste, ma non è andata così. E Mennel si è rivolta a Hosni Maati per difendersi. 

A Torino e in Italia, tutto il gotha intellettuale si è schierato col direttore del Museo Egizio. La « pancia » del Paese con la Meloni e ognuno si è trincerato dietro le sue posizioni e i suoi slogan. A perdere, come sempre, è il Paese tutto intero. 

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