E’ passato appena qualche giorno dal 27 gennaio, dai documentari in bianco e nero su Auschwitz, dalle frasi di Anna Frank citate dagli intellettuali in tv, dai dibattiti e dai ricordi dei sopravvissuti. E ci risiamo.

A Sarcelles, alle porte di Parigi, un bambino di 8 anni è stato preso di mira da una banda di ragazzini, gettato a terra e pestato a sangue. La ragione? Portava una kippah. Il presidente Macron ha pubblicato un tweet in solidarietà al piccolo aggredito, affermando che « quando si attacca un cittadino per la sua appartenenza religiosa, si attacca la République nel suo insieme ».

Ma anche un tweet presidenziale non serve a fermare la collera e l’inquietudine di quartieri interi della banlieue (a Sarcelles vivono circa 15.000 cittadini di religione ebraica) che da mesi assistono a un’escalation preoccupante di atti di natura antisemita. A inizio gennaio, a Créteil, altro comune della cintura parigina, un negozio di alimentari casher è stato incendiato, dopo che – nelle settimane precedenti – i muri e le vetrine erano già stati riempiti di tag carichi di odio.

A Livry Gargan, nel dipartimento di Seine Saint Denis, disseminato di no-go zone dove l’Islam radicale si mescola alla piccola delinquenza creando un cocktail sociale avvelenato, una famiglia di tre persone è stata sequestrata da alcuni giovani nel settembre scorso. Il motivo? « Siete ebrei, dovete per forza avere soldi » avrebbero affermato i sequestratori, invitando le vittime a rivelare i nascondigli di fantomatiche somme di denaro. I membri della famiglia sono stati picchiati e immobilizzati per ore, finché uno di essi è riuscito ad avvertire la polizia.

L’elenco degli atti antisemiti continua, passando per la profanazione della stele di Izieu (vicino a Lione), stele in memoria dei bambini vittime della Shoah. Nella lista dell’orrore ci si ferma alla notte tra il 3 e il 4 aprile dell’anno scorso, quando una donna di 65 anni, Sarah Halimi, è stata torturata, picchiata e defenestrata dal suo appartamento nel cuore di Parigi, nell’undicesimo arrondisement, da Kobili Traoré, un giovane vicino musulmano. Uccisa in quanto ebrea. La stampa e le autorità impiegarono settimane a dare la notizia, esitanti se rivelare o no la natura antisemita del delitto.

Tutti all’estero ricordano poi la strage di bambini nella scuola ebraica perpetrata da Mohammed Merah nel 2012 a Tolosa, così come tutti ricordano l’assalto di Coulibaly all’Hypercasher di Porte de Vincennes durante i giorni terribili del massacro a Charlie Hebdo.

Ma in pochi fuori dalla Francia sanno della fine tremenda di Ilan Halimi, vittima della « gang des barbares ». Nel gennaio del 2006, una gang delle cités capitanata da Youssuf Fofana, sequestrò il giovane Ilan Halimi, gestore di un negozio di telefonia su boulevard Voltaire, a Parigi.  Fofana e i suoi chiesero un forte riscatto, convinti che la famiglia fosse ricca in quanto ebrea. Il ventiquattrenne resterà prigioniero dei suoi aguzzini per tre terribili settimane in cui verrà torturato fino al decesso.

In carcere, né Fofana né i suoi hanno mai dato segni di pentimento. Addirittura il capobanda è diventato un’icona per qualche islamista esaltato. Il comico Dieudonné, dalla reputazione sulfurea e nell’occhio del ciclone da qualche anno per apologia del terrorismo e per i numerosi propositi anti-semiti di cui riecheggiano i suoi show, ha addirittura scritto lettere di solidarietà a Fofana e ha diffuso via Youtube un appello per la sua liberazione (si tratta d’altra parte dello stesso Dieudonné che ha scritto una lettera nell’ottobre scorso a Salah Abdeslam, unico membro sopravvissuto del commando del 13 novembre, per « cercare di capire le sue motivazioni », dipingendo il boia del Bataclan come una vittima incompresa dalla società).

In Francia, un atto razzista su tre è diretto contro una persona di confessione ebraica, quando gli ebrei, oltralpe, non rappresentano che l’1% della popolazione.

Moltissime famiglie in questi ultimi anni hanno così praticato la « alya » (ritorno in Israele), decidendo di abbandonare la Francia per lo Stato ebraico o hanno optato per quella che le autorità definiscono un’« alya » interna, trasferendosi dalle città più sensibili della banlieue a zone più sicure della capitale e dei suoi dintorni. Così, le famiglie ebree di Aulnay sous Bois sono passate da 600 ad appena un centinaio e a Clichy Sous Bois, i nuclei famigliari di confessione ebraica sono passati da 400 a 80 negli ultimi tre anni.

Per coloro ai quali i nomi di queste località non dicono nulla, è opportuno ricordare che è ad Aulnay Sous Bois che alcuni liceali e studenti delle scuole medie rifiutarono di partecipare al minuto di silenzio in memoria  delle vittime di Charlie Hebdo. In questo comune è attiva l’ EMJF (Esperance Musulmane pour la Jeunessse Française). E’ questa associazione ad aver organizzato, a fine 2015, un mese dopo gli attentati, un incontro nel ginnasio locale al quale vennero invitati tre imam salafiti noti per i propositi misogini e antisemiti. A Clichy Sous Bois invece, è stata chiusa poco più di un anno fa la moschea Al Fath, ritrovo di giovani radicalizzati vicini ai movimenti jihadisti. Nel locale  venne trovato dagli inquirenti un piccolo arsenale che annoverava granate e fucili a pompa.

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