Durante il tradizionale incontro con la stampa a inizio anno, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato di voler legiferare contro la diffusione di notizie false, le cosiddette fake news, in periodo di campagna elettorale.

La notizia ha suscitato un’onda di clamore nei media, e un varco si è aperto tra chi considera l’eventuale iniziativa un progresso salutare per la democrazia, e chi al contrario ne valuta i potenziali pericoli.

La guerra alle fake news dovrebbe, secondo Macron, imporre obblighi di trasparenza alle piattaforme riguardo ai contenuti sponsorizzati, rendendo pubbliche le identità degli investitori.

Il sito belga Politico ha dato la parola a Alberto Alemanno, professore di diritto dell’Unione Europea presso la prestigiosa HEC (Haute Ecole de Commerce) di Parigi. Alemanno mette in guardia sui rischi di una tale iniziativa: con una legge formulata per arginare le notizie false, il governo avrebbe la facoltà di controllare il flusso informativo di blog e giornali, finendo di fatto con limitare e ostacolare l’attività dell’opposizione. Se solo le notizie validate dal governo potranno essere diffuse, la libertà di espressione finirebbe alle ortiche.

La possibilità poi, di coinvolgere la giustizia per lottare contro una fake news, sarebbe una soluzione inefficace, necessiterebbe tempi lunghi, ottenendo anziché un discredito della notizia, una sua indiretta pubblicità e valorizzazione.

Aldilà della pertinente opinione di Alberto Alemanno, va anche aggiunto che fin dall’inizio del quinquennato, Macron ha mostrato una tendenza evidente a voler controllare il va e vieni dei giornalisti nei palazzi del potere con la disciplina di un direttore d’orchestra. Il rapporto tra la presidenza e i mezzi d’informazione non è mai stato facile. A partire dalla decisione di scegliere personalmente i giornalisti dei vari organi di stampa che avrebbero seguito il presidente nei suoi spostamenti in Francia e all’estero. Una decisione che non è più spettata alle rispettive redazioni ma direttamente al servizio comunicazione dell’Eliseo.

A dimostrare che tra Macron e la stampa francese i rapporti non sono esattamente da luna di miele, ci fu poi la prima intervista internazionale rilasciata dal presidente. A CNN. Il fatto che Macron abbia preferito Christiane Amanpour a un giornalista francese provocó la perplessità della stampa transalpina. D’altra parte, quando una reporter della tv LCI gli fece notare questo sgambetto ai media nazionali, Macron non esitó a rispondere che « la stampa francese non fa che commentare i pettegolezzi, agisce in modo narcisistico ». Naturalmente, sentirsi dare dei narcisi non fu cosa gradita da parte dei direttori di testata e il disamore e la diffidenza reciproca tra stampa e potere sono così aumentati in maniera esponenziale, il tutto a pochissimi giorni dalle elezioni e dall’elogio unanime che i giornali francesi avevano tributato al giovane leone di En Marche.

Una legge sulle fake news, è così interpretata da una buona parte di giornalisti e blogger d’oltralpe come una minaccia per la democrazia, e non come uno strumento per proteggerla.

Ma c’è chi la pensa diversamente.

Ancora sull’eccellente sito belga Politico, l’imprenditrice e esperta di nuove tecnologie Aurore Belfrage difende le intenzioni del presidente: « Macron fa la scelta giusta. Dobbiamo ripensare alle regole di partecipazione ai social network e obbligare coloro che producono, finanziano e diffondono contenuti, a rendere dei conti, senza per questo intaccare la libertà d’espressione (…) Anche il settore pubblicitario deve assumersi delle responsabilità. Se la vostra pubblicità di un certo prodotto è vista da milioni di consumatori, ma al tempo stesso, finanziate editori di fake news, contribuite al problema. L’Internet Advertising Bureau mette in atto delle misure che consentono ai pubblicitari di manovrare strumenti ad hoc per calibrare i rischi ed evitare di essere associati a contenuti dubbi ».

La Belfrage analizza, come è di sua competenza, il mezzo, ovvero la legge sulle fake news, ma non le motivazioni reali che possono aver spinto il governo a formulare una tale misura in vista delle prossime campagne elettorali. Su Le Monde Diplomatique, lo scrittore e ricercatore Eugeny Morozov parla di un contesto dove non é tanto questione di « timore di una democrazia autoritaria » quanto di « conseguenze di una democrazia immatura ». Le fake news diventerebbero così il capro espiatorio per giustificare i giganteschi passi falsi dei candidati alle elezioni presidenziali del 2016. Il pubblico sarebbe stato semplicemente ubriacato da notizie false, e questo costituirebbe la sola spiegazione al diffuso disamore verso la politica e allo scetticismo degli elettori.

Fake news o no, ci sarà speranza solo quando la democrazia uscirà dall’immaturità e da un certo torpore adolescenziale e comincerà a rivedere le proprie basi e a rimettersi in discussione.

 

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