Omaggio a Letizia Battaglia, simbolo delle donne contro la mafia. 

La prima volta che la vidi, fu in una galleria d’arte ad Amsterdam, la Metis NL. Senza che neppure avessimo discusso, mi ordinò con tono quasi perentorio di andarle a comprare delle sigarette. « Vai cara! » mi disse. E io ci andai. Perché a ordinarmelo era una delle più coraggiose fotografe italiane, Letizia Battaglia, un nome e un destino fusi in un’infilata di sillabe che parlano di gioia e lotta, di amore per la vita e determinazione a combattere chi, della vita, vorrebbe farne un antro temporale dove i cattivi la scampano sempre. « Vai a comprarmi le sigarette, cara! » E io ci andai. perché quella donna dai capelli rosso fuoco, dal viso scolpito, dall’inconfondibile voce rauca, con quella mania di guardarti dritto negli occhi fino a scrutarti l’anima, incarnava per me tutte le battaglie che migliaia di donne non avevano potuto, o avuto il coraggio di compiere.

Nel mondo del foto giornalismo Letizia Battaglia ci é arrivata tardi, alla soglia della  quarantina, dopo un’esistenza trascorsa su binari disciplinati nei ruoli di madre e moglie. E poi la ribellione, la voglia di affermarsi, la voglia di estirpare la propria anima dalle convenzioni, la voglia, soprattutto, di denunciare cosa non andava in quella Sicilia ammantata di tradizione e patriarcato, due valori intrecciati come le volute barocche dei palazzi nobili palermitani. In quella Sicilia, le donne erano la gruccia silente del marito, in quella Sicilia, si stava zitte, in quella Sicilia, la mafia la faceva da padrona, dettava le leggi, imponeva regole e silenzio.

Per meglio amarla, Letizia ha abbandonato la Sicilia per qualche anno, divorzia e nel 1970 va al nord, senza però mai barattare la sua proverbiale irruenza con quel certo garbo asettico milanese. La Battaglia è rimasta com’era: uno spirito libero e scarmigliato, sincero e generoso. In Sicilia ci è tornata, una macchina fotografica a tracolla come arma per difendere la sua terra dai balordi che inzaccheravano il suo nome con il fango. Con Letizia, Sicilia non è più sinonimo di mafia, ma di coraggio, di coraggio al femminile.

Nel 1974 ritorna a Palermo e dà vita, con Franco Zecchin, all’agenzia « Informazione fotografica ». Tra i talenti che varcano le porte della nuova agenzia, c’è Ferdinando Scianna.

Gli anni sono quelli che gli storici hanno definito di piombo, una costellazione di sangue disegnata in un cielo cupo: omicidi eccellenti, vendette e cadaveri per strada, giornalisti gambizzati, intrecci inquietanti tra politica e cosche, i vertici del potere corrotti fino alla cancrena morale.

Letizia scatta, scatta a più non posso, per non dimenticare, perché nessuno dimentichi che mafia è orrore, perché nessuno idealizzi i padrini, perché tutti prendano coscienza di quello che accade e i responsabili paghino gli errori. Mise nei guai di fronte ai giudici dell’ »operazione Galassia » Giulio Andreotti, testimoniando con un’immagine l’incontro avvenuto all’Hotel Zagarella tra gli « esattori » della mafia, i fratelli Nino e Salvo Lima, e il sette volte Primo Ministro. L’incontro avvenne durante una cena che nulla aveva da invidiare agli sfarzi del Gattopardo. Tra uomini, perché la mafia é affare da uomini, venivano  spartite sul tavolo le porzioni di potere. Ma fu una donna a svelare quell’incontro che non avrebbe dovuto esistere. E fu ancora lei, Letizia.

Nel 1991 creò a Palermo con Simona Mafai la rivista Mezzocielo, un magazine di politica e cultura scritto interamente da donne. La rivista compiva appena un anno quando la Sicilia e l’Italia intera vennero scosse dalle stragi di Capaci e di Via D’Amelio, in cui persero la vita i magistrati Falcone e Borsellino. La mafia aveva appena dichiarato guerra allo Stato. Grazie anche a Letizia e all’impegno delle autrici di Mezzocielo nascono comitati spontanei per protestare contro Cosa Nostra, le donne scendono in prima linea, Letizia e le sue fedelissime si schierano a fianco del coraggioso magistrato Ilda Boccassini. Per le donne, in quegli anni di terrore, Mezzocielo permise di alimentare la voce femminile dello sdegno. Letizia voleva sdoganare la donna da un’immagine che negli anni si era viva via più banalizzata, più assuefatta ai dettami della pubblicità e del conformismo. Fu lei a ritrarre i « comitati dei lenzuoli », quei gruppi spontanei che il giorno dopo le stragi, quando il Paese si svegliava ancora stordito dagli eventi, esponevano le lenzuola bianche dei corredi ai balconi, trasformando interi quartieri di Palermo e delle più grandi città siciliane in sudari immacolati, in segno di protesta contro lo strapotere dei nuovi  padrini.

Furono soprattutto le donne a stendere quelle lenzuola immacolate, con un gesto silenzioso, ancestrale e ordinario che improvvisamente si riempiva di ribellione e coraggio.

Letizia le ha sostenute, le ha immortalate e fatte vivere, ha regalato a quel gesto l’istantanea che trasforma il fugace in eterno.

Letizia Battaglia, 82 anni, oggi lotta contro una polmonite, ma come al solito, non si arrende, e fa forza agli altri. I suoi capelli non sono più rosso fuoco, ma verdazzurri, non più un’eroina fiammeggiante, ma una fata benevola, che continua a vegliare sul lavoro dei talenti più giovani, che continua a esprimersi con la sua voce roca contro le ingiustizie. « Hai visto Luca come vengono trattati i Siciliani, é una vergogna » Neppure il ricovero l’ha fatta arrendere. Sui social network, Letizia se l’é presa con le condizioni di accoglienza del pronto soccorso di un ospedale palermitano, si é rivolta al sindaco, ha chiesto di migliorare le cose per i SUOI concittadini, per la SUA Sicilia » Anche lì, afflitta dalla tosse, ha trovato la sua lotta da combattere. In tempi di Weinstein e di post-femminismo, c’è chi al termine « femminismo » diede un senso, con l’azione e con l’esempio. Non era facile essere donna nella Sicilia degli anni Sessanta e Settanta. Lei non si limitò ad essere donna. Diventò Letizia Battaglia.

 

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