La scomparsa di Johnny Hallyday, 74 anni, il re del rock francese, commuove e sconvolge la Francia intera. « Prima di lui non c’era niente », scrivono su Libération. 

Non si parla d’altro da questa notte. A darne la notizia è stata la moglie Laeticia, poco dopo le due del mattino. « Il mio uomo non c’è più ». E per la Francia è cominciato il lutto. Perché Johnny Hallyday non era solo un cantante, non era solo il rocker che continuava a riempire gli stadi sessant’anni dopo i suoi inizi in scena. Johnny Hallyday, Johnny, come era semplicemente chiamato in modo affettuoso dai milioni di fan, era un monumento. Faceva parte del patrimonio nazionale, come la Tour Eiffel, come la Rivoluzione, come lo champagne. La Francia senza Johnny è un po’ meno Francia. Ventotto milioni di persone sono andate ad acclamarlo nella sua lunga carriera nei teatri, nelle sale, nei palasport, negli stadi come il mitico Stade de France. Ha venduto cento milioni di dischi. L’Eliseo questa notte, pochi istanti dopo la morte del rocker formulava questo comunicato « On a tous en nous quelque chose de Johnny » riprendendo la sua famosissima canzone « Quelque chose de Tennessee ». L’ex presidente Sarkozy ha commentato « A forza di giocare con la morte, eravamo arrivati a crederlo immortale » E per un’altra icona francese dal fascino immortale, Brigitte Bardot « Johnny è la Francia. E’ morto un monumento »

Eppure lui, Jean Philippe Smet il suo vero nome, era rimasto uno spirito autentico, un rocker fino alla fine, ci aveva sempre creduto, alla musica e al suo pubblico, non aveva mai commesso il passo falso di credersi superiore alla folla che lo idolatrava, non aveva mai commesso l’errore di riposarsi sugli allori dei suoi incredibili successi, e soprattutto, era riuscito a non diventare mai il fantasma di se stesso, come molti cantanti leggendari che sul viale del tramonto si sono trasformati in pallide e patetiche imitazioni di se stessi, cloni invecchiati alla disperata caccia di un passato glorioso andato perduto.

Johnny c’era, sempre, generoso sul palco nella sua ultima tournée, quella delle Vieilles Canailles con il fedele amico Eddy Mitchell, come cinquant’anni fa quando i suoi amori tormentati -da Sylvie Vartan a Nathalie Baye –  i suoi occhi azzurri, la sua voce tuonante e le sue frange alla Elvis Presley fecero di quel timido ragazzo belga l’oggetto di un’autentica venerazione.

La moglie Laeticia, in un’intervista rilasciata a Paris Match due anni fa, confidava ai giornalisti che « Johnny quando sale sul palco è sempre in preda all’angoscia, come fosse la prima volta ». Non si era mai assuefatto al successo, all’amore del suo pubblico, e questo l’ha reso eterno. Ha saputo federare tutti, indistintamente, la generazione 2.0 armata di smartphone che lo immortalava ai concerti in un delirio di flash, i vecchi nostalgici del rock americano, i potenti, la gente semplice, per tutti i francesi Johnny significava qualcosa, ognuno ha nel cuore un ricordo legato ad una delle sue canzoni. E questa forse, è la sua eredità più bella.

Gli omaggi continuano senza sosta. Oggi il New York Times apre con il titolo: « Johnny Hallyday, the Elvis Presley of France, is dead », mentre a Bruxelles, dagli altoparlanti nei corridoi della metropolitana si succedono a ripetizione le sue hit più belle. In uno degli innumerevoli articoli che oggi gli sono dedicati sulla stampa francese  , un giornalista di Liberation scrive: « prima di lui non c’era niente. Il rock francese semplicemente non esisteva ». E Johnny quel rock, l’ha fatto vivere per sessant’anni, fino alla fine. Una delle sue canzoni più commoventi recitava « J’oublierai ton nom ». I francesi, il nome di Johnny, non lo dimenticheranno.

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