Le indagini continuano, c’é una famiglia di origine italiana coinvolta. Intanto i sopravvissuti provano a ritrovare un’esistenza normale.

Due anni fa, Parigi conosceva la sua più terribile notte di terrore. 130 morti e 683 feriti. Molti dei sopravvissuti ancora oggi, sono assistiti da psichiatri per convivere in modo accettabile col ricordo dell’orrore. C’è chi non é mai tornato al lavoro, e chi il lavoro lo ha cambiato definitivamente, incapace di rientrare nei ranghi della routine di un tempo. Nel buco nero di quella notte sono finiti i sogni e il futuro di una generazione, quei sogni sono stati malmenati, hanno cambiato natura, colori, significato. C’é stato un prima e un dopo. Ci sono i lutti, tanti, ma ci sono anche quelli che senza essere caduti, hanno visto morire una parte di sé fra le sirene della polizia e il sangue che imbrattava la sala del Bataclan e le terrazze dei caffè presi di mira dal commando assassino. E’ anche il caso dei soccorritori, spesso giovani come le vittime, che hanno dovuto intervenire là dove i terroristi avevano seminato l’orrore.

Uno psichiatra canadese, Alain Brunet ha messo a punto una terapia contro lo stress post-trauma che colpisce le vittime e i testimoni di attentati e atti di violenza.

L’ospedale parigino della Salpetrière, ha messo recentemente questo protocollo a disposizione dei superstiti e dei testimoni della barbarie del 13 novembre, il rimedio sperimentale sta avendo esiti benefici insperati. Fra i primi a beneficiarne, alcuni infermieri presenti sui luoghi della strage e negli ospedali che accolsero le vittime.

Chi si sottopone alla terapia prende una compressa di propranololo, un beta-bloccante. Dopo un paio d’ore, scrive su una o due pagine i suoi ricordi dell’evento traumatico, nei dettagli. L’azione del beta-bloccante fa sì che le emozioni più estreme si stemperino in una coscienza nuova, più razionale, e il fatto di raccontare e di non vedersi più travolti dallo choc emozionale permette di gestire il ricordo in maniera migliore, aiutando a riprendere le redini di un’esistenza normale.

Il professor Bruno Millet, che ha aperto le porte dell’unità medica della Salpetrière all’esperimento, ha rivelato al quotidiano Libération che il successo della terapia è davvero significativo.

Mentre le vittime ricostruiscono lentamente il loro quotidiano, l’inchiesta continua ad andare avanti per ricostruire minuziosamente tutti i tasselli del mosaico a tinte fosche che ha permesso l’organizzazione dell’attacco. Due anni dopo i dossier sono ancora aperti e nuovi elementi si accumulano definendo le responsabilità di individui finora sconosciuti.

Se la maggior parte dei protagonisti sono stati uccisi nel corso dei blitz delle forze dell’ordine, al Bataclan e a Saint Denis nel rifugio di Abdelhamid Abaaoud, o arrestati, come il poco cooperativo Salah Abdeslam, superstite del commando, esiste una nebulosa di personaggi minori che continuano ad interessare gli inquirenti per il loro ruolo di sostegno logistico, più o meno importante. 

Fra questi c’è una famiglia italiana residente a Parigi e in particolare due membri di questa: una quarantenne, Maria, cameriera in un noto bar dei Grands Boulevards, e il fratello minore Domenico, partito all’inizio del 2015 per la Siria come foreign fighter. 

Il quotidiano Le Parisien rivela che sabato 14 novembre, il giorno dopo la strage, Maria avrebbe chiamato un cellulare dicendo pressapoco così: « Ti devo parlare di quello che sai tu. Ma ora devo lavorare e finirò tardi ». Il numero di telefono, si saprà più tardi, appartiene nientemeno che a Abaaoud, il criminale considerato come il cervello dell’operazione 13 novembre. Il numero di telefono del terrorista è indicato nei dossier dell’inchiesta col codice B4. Maria ha chiamato il B4 più volte nei giorni che hanno seguito l’attacco, fino al blitz di Saint Denis che mise fine alla fuga di Abaaoud.

Tre ore prima che gli avventori del Bataclan fossero presi in ostaggio dai jihadisti e massacrati, il fratello di Maria, Domenico, l’aveva chiamata dalla Siria per ordinarle di portare una consistente somma di denaro alla persona di cui le aveva appena comunicato il numero di telefono.

Maria si è sempre difesa durante gli interrogatori a cui è stata sottoposta in quest’ultimo anno, dicendo che non conosceva l’identità del suo interlocutore. Ma gli sms da parte sua si sono susseguiti per giorni, giorni in cui la donna non è riuscita a stabilire un contatto con Abaaoud, quest’ultimo non avrebbe mai risposto ai suoi messaggi ad eccezione del primo, citato sopra, in seguito al quale il terrorista avrebbe replicato: « contattami quando finisci il tuo turno ».

Oggi la quarantenne è uscita dai radar dell’inchiesta per mancanza di prove, ma la famiglia continua ad interessare gli inquirenti. E molti dettagli restano inquietanti. Perché la donna, cameriera sui Grands Boulevars, zona turistica e affollata, la sera di quel venerdì 13 novembre, pur essendo in salute, non è andata al lavoro?

Il fratello Domenico avrebbe assillato Maria per giorni, invitandola persino ad andare a recuperare gli assegni famigliari che il giovane, malgrado la sua partenza per la Siria nelle file dell’Isis, continuava a percepire dallo stato francese attraverso la CAF (Cassa per gli Aiuti alle Famiglie). Domenico pretendeva che gli assegni fossero ritirati per aiutare « quel suo amico », cioè Abaaoud.

Visto che Maria non riuscì nell’intento, fu la cugina di Abaaoud, Hasna, ad occuparsi del fuggitivo, procurandogli denaro e un rifugio nel centro di Saint Denis. Hasna morì poi nel terribile scontro a fuoco tra i terroristi e le squadre speciali del RAID, proprio nell’appartamento occupato dal commando.

Oggi le autorità non hanno fornito dettagli sulla sorte del foreign fighter Domenico. Quando è partito, ha portato con sé la moglie incinta di cinque mesi. Se è ancora vivo, la sua vicenda si accomunerà a quella di 300 giovani jihadisti sopravvissuti negli attacchi degli alleati allo Stato Islamico, che ora vorrebbero tornare in Francia, con bambini al seguito. Bambini nati da genitori francesi sui territori di Daesh.

Dieci giorni fa, la Francia ascoltava sulla tv nazionale France 2 l’intervista esclusiva di Margaux, giovane francese radicalizzata ora arrestata dai curdi, ex militante dell’Isis e madre di tre bimbi piccoli, avuti da tre diversi combattenti jihadisti, tutti morti negli scontri.

Il suo destino sta  infiammando il dibattito.  Che sorte riservare a questi militanti, sedicenti pentiti, di nazionalità europea? Che sorte riservare ai loro figli? È opportuno abbandonarli in Iraq o in Siria in quanto « nemici »? Bisogna cercare di recuperare i bambini separandoli dai genitori? La Francia tenta in questi mesi di risolvere il dilemma etico-giuridico che pesa sulla situazione, una situazione che assomiglia in modo inquietante a un labirinto senza uscite.

Intanto, la ferita del Bataclan, a due anni dalla strage, non si è ancora rimarginata. Il tempo del perdono, non è certo il presente.

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