Non solo l’occhio del ciclone Irma è passato su questo scampolo di Francia nel mar dei Caraibi. Anche l’occhio dei media si è soffermato, dopo l’uragano, per rivelare qualche scomoda verità su questo paradiso tropicale. 

Divisa tra Francia e Olanda, la piccola isola di saint Martin, fino a un mese fa era conosciuta soprattutto come destinazione turistica per viaggiatori in cerca di cliché esotici e relax. Come la vicina Saint Barthelemy, diventata un polo d’attrazione per vacanzieri miliardari da quando, nel 1957, Rockfeller ha costruito la sua villa, Saint Martin, legata alla Francia dal suo statuto di COM (Collectivité d’Outre-Mer) è un paradiso fiscale.

Per i fortunati che decidono dalla Francia di risiedere qui, niente imposte sul reddito, niente tasse di successione, niente imposta sulla fortuna (la famosa ISF che da quando Macron è alla guida del Paese, incide molto meno sul budget dei più ricchi grazie alle concessioni del presidente).

Ma se Saint Barthelemy è un uniforme cocoon di lusso e voluttà, un paradiso da cartolina con la sua capitale Gustavia, fatta di case di bambola color pastello, i sui hotel mitici come l’Eden Roc, le sue spiagge immacolate e i suoi turisti di Hermes vestiti, Saint Martin è l’isola dei contrasti più crudi, un fazzoletto nel mar dei Caraibi dove tutte le contraddizioni del nostro mondo vengono evidenziate dalle distanze minime, un fazzoletto con cui i più poveri si asciugano le lacrime e i più ricchi si tamponano la cipria sul naso.

L’uragano Irma col suo potere distruttore è venuto a svelare e ad accentuare queste differenze.

A Saint Martin vivono tre popolazioni: gli autoctoni, i « metropolitani » (i francesi venuti a stabilirsi qui) e gli immigrati, principalmente provenienti da Haiti e dalla Giamaica. La società vive a due velocità, e questa doppia realtà sarà senza dubbio evidente nelle prossime fasi della ricostruzione: già cominciata nelle « gated community » (quartieri lussuosi, protetti da guardie armate) e ancora in alto mare per quanto riguarda i sobborghi poveri. Da una parte, tecnici provenienti dalla Guadalupa e un flusso di operai stanno già riparando le ville danneggiate e occupandosi della vegetazione devastata. Dall’altra parte delle recinzioni, oltre le palme dell’ultima villa ricoperta di buganvillee,  le vittime dell’uragano si fanno curare le ferite col rhum, l’accesso alle cure mediche è estremamente limitato e di ricostruzione ancora neanche l’ombra. In molti si improvvisano infermieri senza averne le competenze, arrangiandosi alla bell’e meglio per trovare un ricovero ai feriti in quel che resta delle strutture ancora in piedi: scuole, negozi, garage.

Sull’isola, il 21% della popolazione vive grazie all’RSA (sussidio statale francese per i più indigenti) e il 40% delle case non possiede l’acqua calda. Gli operai venuti qui dalle altre isole caraibiche come Haiti o Trinidad durante il boom economico degli anni Ottanta, vivono in case troppo piccole, dove gli spazi angusti vengono contesi da due o tre famiglie.

Questo mentre i « metropolitains » i francesi che qui vivono e investono, chiedono a Parigi, dopo Irma, più concessioni fiscali per ricostruire in fretta le strutture turistiche. Parigi sarà magnanima, ma quei soldi, nei sobborghi dove si durano le ferite col rhum, probabilmente non arriveranno mai.

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