L’Azerbaijan accusa davanti ai giudici la giornalista francese Elise Lucet. Per la prima volta uno Stato trascina una reporter in tribunale per diffamazione. Elise Lucet avrebbe definito la nazione caucasica “una feroce dittatura”. 

Elise Lucet è un po’ la Gabanelli italiana. Con la differenza che le sue inchieste, rispetto a quelle di Report, beneficiano di budget decisamente più considerevoli e possono essere quindi ancora più approfondite, più ricche e di respiro internazionale.

La sua trasmissione Cash Investigation, in onda sulla rete nazionale France 2, è il programma di riferimento per gli appassionati di inchieste, quelle vere, quelle fatte di talento, coraggio, intuizione, dati concreti e senso della narrazione.

La Lucet ha svelato per prima gli inquietanti rapporti tra l’uso di pesticidi e l’ascesa esponenziale delle patologie autistiche. Sempre lei ha perseguitato i dirigenti della Monsanto, scoprendo che in una piccola isola dell’arcipelago delle Hawaii, là dove il gigante della chimica testa i suoi diserbanti, un numero anomalo di bambini nasce con gravissime malformazioni. Ancora la Lucet ha denunciato la deforestazione intensa delle aree boschive in Romania per opera del colosso svedese dei mobili a buon mercato, quelli che montiamo di domenica nel salotto, imprecando se, nel caos, una preziosa vite è andata persa.

La sua équipe ha fatto parte del collettivo di giornalisti che hanno svelato i nomi di fior fior d’evasori fiscali internazionali nella vastissima inchiesta che ha preso di mira lo studio Mossack Fonseca di Panama rivelando gli scottanti « Panama papers ». Ancora la Lucet, sguardo vispo e zazzera bionda, ha rivelato i segreti di Stato legati al rapimento di alcuni tecnici del colosso nucleare Areva in Africa, dove le negoziazioni per la liberazione degli ostaggi, proseguite per anni, avrebbero servito gli interessi interni di alcuni eminenti politici francesi. La giornalista si è inimicata più o meno tutte le multinazionali, dal tabacco all’agroalimentare, diventando lo spauracchio degli addetti stampa e l’esempio tipo per ogni training di mediacoaching: quando i comunicanti delle aziende devono aver risposta a tutto, il formatore dice invariabilmente: « Immagina di essere di fronte alla Lucet ». Perché Elise Lucet pone sempre « quella » domanda, inevitabilmente, la più scomoda. 

Senza sorprese, la temibile Elise non è nuova ai processi. Pesi massimi del foro l’hanno trascinata nei tribunali per delitto di diffamazione. Ne é sempre uscita vincente, forte delle prove accumulate col suo rigoroso lavoro.

Ma questa volta è diverso. 

Questa volta non è una multinazionale che teme per i propri interessi, non è un’impresa terrorizzata all’idea di una cattiva pubblicità, non è un politico in cerca di polemica e visibilità, a portarla davanti a un giudice, ma una nazione.

Lo stato dell’Azerbaijan, ha sporto denuncia contro Elise Lucet, « rea » di aver definito la nazione caucasica come « una dittatura ». Il dibattito finale e il verdetto del processo avranno luogo il 7 novembre prossimo, al tribunale di Nanterre (Parigi).

È una storica e inquietante prima volta: uno Stato contro un giornalista. Se la reporter dovesse perdere il processo, sarebbe un catastrofico via libera a ogni minaccia da parte di nazioni accusate a ragione di essere delle macine di diritti civili, la censura tornerebbe a farsi viva, i regimi autoritari avrebbero vinto. Non solo contro la propria stampa, come è già il caso, ma anche contro quella straniera. 

« Una fra le dittature più feroci al mondo »: così Elise Lucet, dati alla mano, aveva presentato un reportage di Laurent Richard sul non rispetto dei diritti umani in Azerbaijan. Il Paese, tenuto saldo dal pugno di ferro di Ilham Aliev dal 2003, fa sistematicamente tacere le voci che si oppongono alla politica in vigore. Decine di dissidenti e di giornalisti « scomodi » sono tuttora dietro le sbarre. Il direttore dell’agenzia di stampa Turan -la sola rimasta indipendente dall’influenza del potere centrale – è stato fra gli ultimi a seguire questa sorte: il suo arresto rimonta a fine agosto.

L’Azerbaijan conta meno di dieci milioni di abitanti, la maggior parte della popolazione si lamenta di ricevere solo le briciole dell’immensa manna petrolifera che arricchisce l’oligarchia del paese, ma Aliev pare  sordo ad ogni richiesta di maggiore ripartizione delle ricchezze e maggiore democrazia. Per non intaccare la propria immagine all’estero,  il governo caucasico prosegue senza indugi la strategia della « diplomazia del caviale », che consiste ad arricchire con doni faraonici e bonifici a sei zeri, un nutrito gruppo di deputati e politici europei, dalla Francia, all’Italia, passando per gli scranni dell’Unione Europea, affinché i rapporti sul non rispetto dei diritti umani e gli articoli di stampa non proprio elogiativi nei confronti dell’Azerbaijan, finiscano nascosti come la polvere sotto il tappeto.

Il 7 novembre, giorno della sentenza, rischia di essere una giornata cruciale per la libertà di stampa, e potrebbe cambiare il mondo del giornalismo per sempre. C’è da augurarsi che la « diplomazia del caviale » non abbia mandato emissari anche nella giustizia. O fra qualche settimana Kim Jong Un potrebbe rivalersi su tutti i giornalisti al mondo che l’hanno chiamato « dittatore ». Ne sarebbe capace. E avrebbe la legge dalla sua. 

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