ll nostro Ministro dello Sviluppo Economico, Carlo Calenda, si è espresso sul CETA, il trattato di libero scambio commerciale col Canada, di cui  è appena entrata in vigore la versione provvisoria, prima che il testo approdi sui banchi del Senato il prossimo 26 settembre in vista dell’approvazione definitiva.

“L’Accordo con il Canada, paese al quale siamo legati da profondi vincoli di amicizia e di affinità culturale, nonché dalla condivisione di principi e valori, non mette in alcun modo in pericolo gli alti standard sanitari, ambientali e sociali la cui tutela è una nostra priorità » ha detto Calenda ai giornalisti di Repubblica.

Ma è davvero così? Davvero, dopo la firma del CETA potremo dormire fra due guanciali?

A inizio settembre, in Francia, il presidente Macron ha dato il compito a una commissione di esperti, di valutare l’impatto della CETA sull’economia francese e sull’ambiente. Le risposte non sono state positive, anzi, ma « il piccolo Bonaparte » come ormai viene soprannominato dai suoi detrattori, ha dato comunque  via libera all’accordo provvisorio col Canada, scatenando le ire degli ambientalisti e le preoccupazioni di molti economisti.

Secondo questi ultimi, Macron avrebbe redatto « un assegno in bianco per le multinazionali ». Idem per il nostro governo?

Quali possono essere, in concreto, i problemi in cui si rischierà di incorrere dopo l’ok al trattato?

Secondo l’opposizione di governo in Francia, fra le conseguenze immediate ci sarà la messa in discussione degli accordi sul clima di Parigi, quelli, tanto per capirci, già rifiutati da Trump nonostante i climatologi li abbiano definiti come « l’ultima chance » per il pianeta e per il suo precario stato di salute.

In effetti d’ora in poi le multinazionali potrebbero opporsi alle politiche locali e nazionali in materia di misure ecologiche se queste « ostacolassero » troppo le loro attività.

Le collettività locali si troverebbero puntualmente a dover negoziare con le lobbies per trovare soluzioni soddisfacenti per entrambi. Questo in un’epoca in cui, per salvare il salvabile, devono essere messe in atto  politiche ecologiche urgenti, senza i freni posti da ingerenze private. Ottocento collettività in Francia, fra cui i municipi di Grenoble e di Dunkerque, numerose ONG, imprese agricole, associazioni di consumatori e piccole-medie imprese del territorio nazionale, si sono incontrate in queste settimane a Grenoble per organizzare un’azione comune contro il CETA in vista dell’imminente messa in vigore del trattato.

Greenpeace vede il trattato di pessimo occhio: la nostra salute sarebbe messa in pericolo, poiché le aziende agro-alimentari canadesi, molto meno « imbrigliate » da normative sugli ingredienti rispetto agli standard delle imprese europee, farebbero prima o poi scivolare questi standard verso il basso anche per le nostre aziende, obbligate a mantenere i livelli di competitività per sopravvivere, il tutto a scapito della nostra salute.

Se i polli clonati, il grano transgenico, l’uso di pesticidi, antibiotici e OGM sono prassi comune nell’industria agro-alimentare d’oltre-Atlantico, l’Europa, in particolare Francia e italia, grazie a movimenti sviluppatisi in questi anni come Slow Food, mantiene alti livelli di qualità.

Ma cosa ne sarà di questa qualità quando il nostro mercato varrà invaso, ad esempio, da quantità astronomiche di carne bovina e suina proveniente dal Canada? Proteggere i label, i prodotti di origine controllata, così come assicurano i nostri governi di fronte allo spauracchio CETA, sarà davvero efficace, nel momento in cui valanghe di carne a buon mercato saranno disponibile sugli scaffali dei nostri supermercati? Perché si tratta proprio di questo. Gli agricoltori francesi e italiani sono già ampiamente soffocati e martirizzati dalla concorrenza dei Paesi europei dove il costo del lavoro e della produzione è minore. In Francia, ogni giorno si contano decine di piccole imprese agricole che mettono la chiave sotto la porta e un numero inquietante di agricoltori che preferisce il suicidio al collasso economico. Per una situazione già così fragile, talvolta drammatica, quali saranno le conseguenze dell’applicazione del CETA?

In Francia, da quando lo sfortunato candidato socialista alle presidenziali, Benoit Hamon, lo inserì come soggetto prioritario nel suo programma, si parla molto di « perturbateurs endocriniens » (perturbatori ormonali), presenti in moltissimi prodotti alimentari industriali e in prodotti per l’igiene personale, componenti chimici colpevoli di pesanti conseguenze sulla salute della popolazione, in particolare bambini e adolescenti. La Francia sta valutando delle misure per arginare ulteriormente l’uso dei perturbatori ormonali nei prodotti in commercio, ma cosa accadrà quando aziende come Monsanto, con i loro plotoni di avvocati internazionali, contesteranno le misure prese dalle autorità governative nazionali su questo tema? Gli accordi CETA consentiranno loro di farlo.

Le conseguenze del CETA prevedono dunque, inevitabilmente, una « deregulation » delle norme sociali, ecologiche e alimentari. Quando si pensa alla « deregulation » che il governo Reagan operò negli anni Ottanta sul piano finanziario, naufragata nelle crisi che stiamo ancora vivendo, la parola non può che suscitare inquietudine.

Al Parlamento europeo, la Commissione per l’Impiego e gli Affari Sociali, nello scorso dicembre rifiutò in blocco il testo del trattato. Secondo i risultati della Commissione, l’applicazione del CETA potrebbe provocare una perdita di impieghi pari a 204.000 nell’insieme dell’Unione Europea, e precisamente 45.000 in Francia, 42.000 in Italia e 19.000 in Germania ». Gli eurodeputati si riferirono a uno studio pubblicato nel settembre dello scorso anno da due ricercatori dell’Univeristà del Massachusetts, Pierre Kohler e Servaas Strom.

Per quanto riguarda poi la possibilità che una multinazionale attacchi uno Stato se si sente lesa nei propri interessi dalle misure prese dal suddetto Stato in ambito ecologico, ad esempio, situazione che sarebbe incoraggiata e amplificata dall’applicazione del CETA, per chi pensa si tratti di pura fantascienza, esistono già dei precedenti.

La società nucleare svedese Vattenfell, con le sue due centrali in Germania, ha attaccato lo stato tedesco davanti a una corte di arbitraggio internazionale a Washington, chiedendo 4,7 miliardi di risarcimento a Berlino per la decisione presa, dopo la catastrofe di Fukushima nel 2011, di uscire dal nucleare.

Processi di questo genere si moltiplicherebbero, aumentando l’onnipotenza delle multinazionali.

Di fronte a questo scenario inquietante, non c’é che da chiedersi la solita, inflazionata ma pur sempre saggia domanda latina: Cui prodest?

A chi giova tutto ciò? Alle lobbies dei posteri l’ardua sentenza.

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