Entrambe lottarono strenuamente per la difesa dei diritti femminili, esponendosi a critiche spietate e a giudizi feroci. Ma nessuna delle due si arrese. La libertà delle donne europee ha un grande debito verso queste due eroine fuori dal comune. 

Domani mattina Parigi tratterrà il fiato. I rilevi dorati della cupola e lo scenografico e severo cortile degli Invalides faranno da quinta alle esequie di Simone Veil, eroina del nostro tempo.

Se è esistita una donna capace di concentrare in sé  gli ideali di coraggio, di bellezza, di determinazione, di intelligenza e di umanità nella Francia contemporanea, quella donna porta senza dubbio il nome di Simone Veil. Dagli orrori di Auschwitz Birkeanu, dove perse la madre morta di tifo e dove smarrì le tracce del padre e del fratello Jean, alla controversa legge sull’aborto dibattuta nei turbolenti anni Settanta, Simone Veil è stata testimone e protagonista dei grandi cambiamenti del secolo scorso, delle terribili tenebre della Shoah come dei grandi passi verso la modernità dei diritti civili. Questi passi Simone li ha sempre affrontati con una serafica pacatezza e una dignità fuori dal comune, espressi da quell’indimenticabile sguardo ceruleo, al tempo stesso altero e materno.

Quando la Veil, in qualità di Ministro della Salute del governo Giscard d’Estaing, parlò all’Assemblea di diritto ad abortire, gli insulti sessisti e antisemiti ronzavano nell’aria viziata del polmone del potere come insetti nauseabondi, le grida cacofoniche e prepotenti dei parlamentari tentavano invano di frantumare quella coppa cristallina di buon senso che Veil forgiava in diretta dagli scranni, pronunciandosi per il diritto all’aborto.

Le sue frasi e le sue intenzioni fecero l’effetto di un tuono. Ma il tuono fu seguito da una pioggia di consensi da parte di centinaia di migliaia di donne francesi che scesero in strada per appoggiare il Ministro della Salute. La legge Veil entrò in vigore il 17 gennaio del 1975.

Ma prima delle legge e del suo rocambolesco percorso che tracciò un solco profondo nelle coscienze dei Francesi, un’altra indimenticabile Simone, la De Beauvoir, portò avanti la battaglia perché le autorità governative si soffermassero sul fenomeno drammatico degli aborti clandestini. E lo fece rivelando in prima persona di averne fatto ricorso, esponendosi ai giudizi e alle sanzioni previste allora dalla legge.

Il 5 aprile del 1971 infatti, Simone De Beauvoir firmò sulle pagine del Nouvel Obs il « manifesto delle 343 salopes », una petizione dove 343 illustri donne francesi ammettevano aver fatto ricorso all’interruzione di gravidanza. Il documento cominciava così:

« Un milione di donne ricorrono all’aborto ogni anno in Francia. Lo fanno in condizioni pericolose, a causa della clandestinità alla quale sono condannate, mentre sotto controllo medico, tutto sarebbe più sicuro e più semplice. Si tace sul destino di questi milioni di donne. Dichiaro di essere una di loro. Ho abortito. Così come reclamiamo il libero accesso agli strumenti anti-concezionali, così reclamiamo la libertà di abortire ».

Tra le firmatarie, molti nomi celebri dell’arte, del teatro, della letteratura e del cinema francesi: si leggevano i nomi di Catherine Deneuve, Marguerite Duras, Violette Leduc, Françoise Sagan, Agnès Varda.

Il cambiamento delle mentalità era in atto. Nel 1972 ebbe luogo « le procès de Bobigny », un processo dove sul banco degli accusati sedeva un’adolescente colpevole di aver abortito clandestinamente dopo essere stata violentata da un coetaneo. Fu lo stesso stupratore a denunciarla alle autorità. La ragazzina e la madre furono difese dall’avvocatessa franco-tunisina Gisèle Halimi, autrice con Simone De Beauvoir del libro « Djamila Boupacha », dedicato alla militante algerina arrestata dall’esercito francese, torturata e violentata per ottenere delle informazioni sui movimenti ribelli. Il caso Boupacha scosse le coscienze sui metodi barbari impiegati dall’esercito in Algeria e sulla difesa dei diritti femminili. Pablo Picasso eseguì un ritratto di Djamila che venne utilizzato per la copertina del libro. Quest’ultimo, fu trovato dalla madre della ragazzina accusata di aborto in biblioteca, da lì la  decisione di contattare l’avvocatessa per difendere la figlia. La Halimi accettò, appoggiata da Simone de Beauvoir, e in breve il processo finì sotto i riflettori alimentando in maniera vivace il dibattito pubblico sulla questione.  Anche in questo caso furono numerose le personalità a schierarsi in difesa del diritto ad abortire, da Aimé Cesar al compianto ex Primo ministro Michel Rocard. La ragazzina fu discolpata. La legge Veil muoveva i primi passi. Le donne francesi avevano vinto. Grazie, Simone.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here