La corazzata Donald Trump non ha potuto evitare di lanciare l’ennesimo siluro verso la cortina del buon senso. Ha creato un’ennesima breccia e ha trasformato la suddetta cortina in rete a maglie larghe per pesci disposti ad abboccare al suo «America first ». La decisione di abbandonare gli accordi di Parigi e di innescare una brusca inversione ad U rispetto agli impegni presi dall’amministrazione Obama per la Cop 21, sta facendo colare fiumi di inchiostro.

Macron, quasi suo malgrado, si trova così nello scomodo ruolo di antagonista, il suo volto giovane si contrappone a quello borioso del tycoon che abusa di emissioni di CO2 quanto abusa di lifting, dando vita a una dicotomia « giovane che guarda al futuro- anziano ancorato ai valori obsoleti » che piace alla stampa, affascinata da due personaggi agli antipodi per questioni di eleganza, cultura e savoir faire e manicheamente opposti più o meno in tutto.

Macron diventa così quello che lancia la frase a effetto: «  Let’s make the planet great again », una strizzata d’occhio al « suo » Barack Obama che prima delle presidenziali, quando il neo-presidente non era che il leader di En marche, gli aveva augurato caldamente al telefono di aggiudicarsi l’Eliseo. Macron e la comunicazione, quella efficiente, all’americana, quella dei « winners », vanno a braccetto. Dalla lunga e solenne passeggiata solitaria sotto la Piramide del Louvre ai discorsi che  si issano puntualmente in alto, in direzione celeste, come una mongolfiera nella cui cesta stanno stretti ma felici i personaggi più prolifici in citazioni, da Diderot a Flaubert, è tutto un susseguirsi di successi per le trovate del suo team addetto alla comunicazione. Così il bravo ex-enarca può incalzare con gli slogan ottimi da riprodurre sulle T-shirt, vedi « non ci può essere un piano B perché non esiste un pianeta B ».

Se Donald Trump maneggia una clava, Macron lavora di fioretto e di brand marketing.

E come non credergli, visto che ha attribuito la poltrona del Ministero dell’Ambiente a uno come Nicolas Hulot, icona vivente della lotta in nome dell’ecologia?

Emmanuel Macron, che oggi si pone a capo della coalizione internazionale pro-Cop 21 in opposizione al negazionismo ecologico di Trump, può però davvero definirsi un paladino dell’ambiente? 

Durante la campagna presidenziale, gli avversari gli muovevano, fra le altre, proprio questa critica: un globale disinteresse per le questioni ambientali.  Non si può dire che le preoccupazioni sulla salute del pianeta togliessero il sonno ai due candidati finalisti. L’ecologia fu, in effetti, la grande assente del dibattito tra Macron e Le Pen, anche nelle battute finali.

Eppure i Francesi si dimostrano sempre più sensibili a questo tema, il 20% di votanti che al primo turno diedero la preferenza a Mélenchon lo fecero, tra le altre ragioni,  perché il suo programma era ricco di misure pro-ambiente. Idem per il socialista Hamon, il primo candidato in una campagna presidenziale a parlare di perturbatori endocrini e a inserire nel programma le soluzioni per vietarne l’utilizzazione.

Macron e Le Pen si dimostrarono nel complesso molto più vaghi sul tema e entrambi relegarono la questione ai margini del dibattito.

Il programma del neo-presidente si limitava perlopiù a proseguire il cammino già intrapreso da François Hollande, secondo le direttive della legge di transizione energetica firmata nell’agosto 2015. Fra gli obiettivi stabiliti,  c’era  quello di passare dal 75% al 50% di elettricità derivante dall’energia nucleare, entro il 2025, senza però troppo soffermarsi sulle misure per incentivare le energie alternative, dando così  a credere che con una tale nonchalance, l’atomo avesse ancora davanti a sé un futuro radioso. Anche la questione del diesel non sfociava in misure davvero  radicali.  In diversi Paesi del mondo, ad esempio il Giappone, questo carburante è già stato proibito per via degli effetti nefasti sulla salute. Mentre il sindaco di Parigi, Anne Hidalgo, preme per fare altrettanto, Macron si limita a imporre le stesse tasse su diesel e benzina, in armonia col programma già stilato dal governo Hollande.

Ma in fondo lo aveva detto anche il suo sostegno, l’europeista Daniel Cohn-Bendit. In un’intervista si fece scappare: «Bisogna aiutare il piccolo Emmanuel sulla questione ecologia ». Macron ne uscì così come uno scolaro distratto che aveva dimenticato una parte dei compiti.

A ridorare un po’ la sua immagine – e a « rinverdire » il suo programma- ci sta pensando in queste settimane Matthiew Orphelin, braccio destro di Nicolas Hulot. Sul tavolo presidenziale sono così riapparsi i dossier per la chiusura della vecchia centrale atomica di Fessenheim, e la tabella di marcia per il raddoppiamento della produzione eolica e solare da qui al 2022.

Macron continua tuttavia ad essere favorevole al CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement) l’accordo economico tra Europa e Canada che aprirebbe la porta a OGM e compagnia oltre che a una possibile « deregulation » in materia di norme ambientali per le società. Nicolas Hulot lo ha messo in guardia contro questo accordo e il presidente ha promesso « di valutarlo con serietà ». Staremo a vedere. Quel che è certo è che se un politico come Macron, accusato di indifferenza alle questioni ambientali fino a ieri, diventa paradossalmente il leader del movimento per il pianeta di fronte alla scelleratezza del presidente Trump, la temperatura nei prossimi mesi, nel clima come in politica, non smetterà di aumentare.

Eva Morletto

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