Macron ha vinto, col suo 66%  e oltre di preferenze, ha sbaragliato Marine Le Pen e il suo circo nazionalista dai colori tetri. Pare vi sia una grossa nube carica di pioggia sul maniero di Saint Cloud, proprietà dell’Elettra che, malgrado tutto, si è giocata la presidenziale per compiacere papà, incapace di recidere il legame col patriarca come ha dimostrato in quel terribile dibattito televisivo di mercoledì scorso dove l’arte oratoria è stata soppiantata dal gergo di strada, dove il livore e gli attacchi gratuiti hanno rubato spazio alla presentazione dei programmi.

Macron parla alla folla in una domenica d’euforia, il giorno dopo non si lavora, l’8 maggio è Festa nazionale, e lunedì il grigio delle nuvole e dei tetti di zinco di Parigi hanno riflessi di paillettes argentee. Le ragioni per festeggiare sono doppie per la maggior parte dei Francesi.

Domenica sera, il campione delle urne ha camminato solo, fedele a un copione scritto con maestrìa, ha terminato la sua « Marche » davanti al Louvre, che, guarda caso, non è stato soltanto il palazzo del re, ma anche, in tempi più recenti, il Ministero delle Finanze. Un’allusione allo splendore dei Borboni o a quello dei Rotschild?

Dietro di lui si ergeva la piramide futurista voluta da Mitterrand e oggetto – nel momento della sua costruzione –  di infinite polemiche, prima che tutti capissero che quell’opera architettonica straordinaria non solo era un capolavoro, ma, con la sua modernità, non faceva che mettere in valore l’architettura seicentesca del museo, grazie a un contrasto affascinante. Un monumento, un simbolo. Macron non vuole forse spezzare il filo col passato politico della Francia, proporre una visione innovativa, azzardata, contemporanea del mondo? Come per la piramide, i detrattori esistono, sono numerosi, indignati e forti. Vedremo se la storia darà ragione a lui, come fu per il monumento, o a loro.

Ma adesso God save the King e che le legislative gli diano mano libera per riformare il Paese e dimostrare così l’efficacia – o la fragilità – del suo programma.

Macron è cosí già in pista per il « terzo turno » e oggi un annuncio movimenta la scena: Manuel Valls si è proposto come candidato della maggioranza presidenziale in vista dell’appuntamento elettorale di giugno. Bye bye socialisti. L’ex Primo Ministro volta definitivamente le spalle allo storico partito di rue Solférino, che definisce « ormai morto » e ufficializza la sua intenzione di legarsi alla coalizione del neo-presidente. Nel frattempo, dopo l’elezione, il movimento di Emmanuel Macron ha cambiato nome, non più « En Marche », ma, più solennemente, « la République en Marche ». Entro giovedì a mezzogiorno, i candidati della formazione presidenziale dovranno essere nominati per le legislative in tutte le 577 circoscrizioni.

Macron non può sbagliare nella scelta, così come non può sbagliare nella proposta del Primo Ministro. Una gran parte della vecchia guardia socialista si  è schierata dalla sua parte, dal ministro dell’ecologia – e ex candidata alla presidenziale – Ségolène Royal, al ministro della Difesa Le Drian. Il centro destra  e il Front National si stanno già schiarendo le corde vocali per denunciare il lifting politico e la menzogna sul « rinnovamento » semmai uno dei dinosauri di rue Solferino venisse presentato come il nuovo inquilino di Matignon.

La campagna presidenziale è stata una delle più movimentate di sempre, con un crescendo di colpi di scena degno di un copione alla House of Cards. Le premesse per le legislative fanno pensare che lo show politico non sia ancora terminato e che si stia per aprire un secondo atto altrettanto avvincente.

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