Il “day after” del primo turno ci consegna una Francia dove i partiti tradizionali sono stati schiacciati da una cocente sconfitta: fuori Fillon e il socialista Hamon. Il duello finale si disputa tra gli “anti-sistema”: Macron e Le Pen. 

E’ la patria dei diritti dell’uomo, della Rivoluzione, del regicidio. E’ un Paese che ha nei cromosomi il fascino e i riti della monarchia, il mito dell’imperatore, l’autocelebrazione delle glorie nazionali. E’ per queste ragioni, oltre ai meccanismi istituzionali di una Repubblica presidenziale, che in Francia l’elezione del presidente acquista un fascino particolare, mobilita la grande maggioranza dei francesi (nonostante l’astensionismo crescente in altri appuntamenti elettorali) ed é osservata dall’esterno con una partecipazione anche emotiva che va oltre l’importanza politica della posta in gioco. Posta piú che mai importante in questa elezione che dovrá farci sapere se la Francia vuole restare europea o trascinerá anche i vicini nell’implosione populista del modello fondato sessant’anni fa.

In nessun Paese democratico il presidenzialismo é un percorso elettorale cosí coinvolgente e partecipato. Occorre ricordare, per confronto, la diversitá del processo negli Stati Uniti e, sempre in America, i contrappesi di controllo decisamente piú ampi. La storia francese, passata e recente, ha invece prodotto un meccanismo che, attraverso suffragio universale e processo selettivo dei candidati, indica un autentico capo a tutto tondo.

Dunque fascino particolare. Il presidente della Repubblica é il risultato dell’incontro con un uomo e il suo popolo, entra all’Eliseo con un voto popolare, a volte nella storia persino plebiscitario, comunque con una maggioranza di consensi che lo trasforma, fin dai primi giorni, nel garante dell’unitá nazionale, nel padre della patria, nel simbolo del Paese nel mondo, nel presidente di tutti, al di lá delle famiglie politiche. Un presidente che ha anche poteri eccezionali, di scelta e di nomina, poco “ingabbiato” dal parlamento, che sceglie il primo ministro, il quale svolge sí funzioni di governo, ma ricorda il ruolo del segretario di Stato in Vaticano, del “mio collaboratore”, come il presidente Nicolas Sarkozy aveva definito il suo primo ministro François Fillon, oggi candidato. Un primo ministro che ha sempre la funzione del “fusibile”, il primo ad essere sostituito quando le cose non vanno bene per essere assicurata la continuità e la credibilità dell’immagine presidenziale.

Naturalmente, molte cose sono cambiate nel corso degli ultimi decenni, sia perché la personalità dei presidenti non é mai la stessa, sia perché hanno assunto un peso crescente i media, la società civile, le rappresentanze di categoria, in particolare del pubblico impiego. Inoltre, da tre legislature, il settennato é stato ridotto a quinquennato. Di conseguenza l’elezione del presidente coincide con il rinnovo dell’Assemblea parlamentare. La corsa all’Eliseo é parallela alla campagna dei deputati, delle macchine di partito e all’esigenza di assicurare una maggioranza politica al presidente, il quale sa che i primi due anni saranno decisivi per incidere davvero e attuare almeno in parte il programma. Poi l’energia é attenuata dalla contestazione, dalle opposizioni, dalle varie corporazioni che costituiscono il nerbo (e il peso) dello Stato.

La “sacralità” della funzione risulta corretta, per non dire sminuita. Con Nicolas Sarkozy e François Hollande, il quinquennato mette il presidente anche nei panni di capo di uno schieramento, piú “appiattito” sulla parte che lo ha portato all’Eliseo. Di conseguenza é anche maggiormente contestato, piú spesso nel mirino dei media, oggetto di attacchi e caricature.

L’elezione del 2017 ha ulteriormente sparigliato le carte. in primo luogo, perché non era mai avvenuto che il presidente in carica rinunciasse a candidarsi. In secondo luogo perché le primarie nei due maggiori partiti – i Républicains e il socialista – hanno eliminato dalla corsa i favoriti della prima ora e i designati dall’apparato. La candidatura e la vittoria sono decise da un rapporto diretto con il pubblico, dai duelli televisivi, da apparati personali e di movimento che trapassano il sistema dei partiti e “americanizzano” nella ricerca del consenso la corsa all’Eliseo.

Ciò che non cambia e continua ad affascinare gli osservatori e l’opinione pubblica che guarda alla Francia è comunque la sensazione di assistere a un momento decisivo, di svolta anche drammatica, di elaborazione di un progetto che  avrà ricadute anche all’esterno del Paese. Ogni presidenza, nella Quinta Repubblica, a partire dal dopoguerra, ha marcato un momento storico influenzato dalla Francia. La fine del colonialismo e il Sessantotto con De Gaulle, la modernizzazione del Paese con Pompidou e Giscard d’Estaing, la svolta a sinistra, la rivoluzione del costume e il processo europeo con Mitterrand, la sfida della mondializzazione e della saldezza democratica con Chirac, la sfida delle riforme, in gran parte perduta, con Sarkozy e Hollande.

Proprio con Jacques Chirac, il primo presidente che ho potuto seguire e intervistare come corrispondente del Corriere, si avverte la cesura con la storia e il simbolismo del passato. Chirac non é una “sfinge” enigmatica come Mitterrand. E’ un capo-popolo, molto mediatico, bon vivant, cordiale e simpatico in pubblico, spietato e cinico negli affari di partito e nella gestione del potere. Anche lui non rinuncia ad auto-celebrarsi in vita, lasciando ai francesi e ai posteri un grande monumento. Pompidou lasciò il Beaubourg, Giscard il Museo d’Orsay, Mitterrand la Piramide del Louvre, Chirac il museo delle arti primitive sul quai Branly, “anche se molti non lo capiscono” mi confessò in un’intervista con una punta di amarezza. L’incontro fu cordiale, prolungato molto oltre il tempo fissato, con battute e osservazioni che sarebbero rimaste fuori dalla stesura ufficiale. Fra queste, l’evidente preferenza per Segolène Royal nella sfida contro Sarkozy, il “figlio” politico considerato traditore del padre e estraneo alla cultura e tradizione popolare gaullista.

Jacques Chirac fu il presidente che per primo dovette fare i conti con la crescita di un movimento d’impronta populista, xenofobo e anti-europeo. Quando arrivai in Francia per seguire da vicino le elezioni, il Paese viveva un momento di crescita economica e serenità e sembrava pronto a premiare Lionel Jospin, primo ministro socialista, allora in coabitazione con la presidenza Chirac. A sorpresa, fu eliminato al primo turno dal leader del Front National, Jean Marie Le Pen. Uno choc, vissuto dalla maggioranza dei francesi come un disonore, tanto che Chirac, in finale, fu plebiscitato da una maggioranza straordinaria (82 per cento dei voti) quanto effimera. Il virus del populismo, accompagnato dalla rinascita di storici nazionalismi e ostilità all’Europa covava sotto le ceneri e si sarebbe espresso al referendum contro il trattato costituzionale europeo.

Sarkozy fu molto abile nell’intuire che la strada in salita della Francia europea passava per una coraggiosa e incisiva azione riformista che avrebbe dovuto rompere con la tradizione statalista, verticista, paternalista del Paese. Sarkozy, uomo di rottura, scese dal piedistallo. Fu sicuramente il primo presidente a fare sopratutto anche il capo del governo e della maggioranza. Dava del tu ai giornalisti, lo si poteva avvicinare con facilità, parlava a braccio e a ruota libera. Persino durante un bagno in mare, come mi capitò nel corso di un viaggio in Martinica. Forse troppo. Gli eccessi, le disinvolture personali, la dissacrazione del ruolo finirono per dilapidare l’enorme capitale di consenso, speranze, ansia di novità. L’ostilità nei suoi confronti era tale da portare all’Eliseo il primo presidente eletto per difetto o sottrazione, François Hollande, uomo non certo nel cuore dei francesi e nemmeno della sinistra, ma abilissimo navigatore fra le correnti e gli scontri ideologici.

Sarkozy e Hollande sono stati anche due presidenti sfortunati. Il primo ha affrontato la più spaventosa crisi finanziaria internazionale del secolo. Il secondo, la drammatica offensiva terroristica. Fattori che hanno minato alla base gli sforzi riformisti e le migliori intenzioni.

Anche per questo, il fattore Le Pen é diventato drammaticamente incombente e decisivo. Potrebbe essere rappresentato da Marine,  prima donna all’Eliseo. Pur con ben altre incognite politiche, anche Marine dovrebbe comunque dimostrare di essere all’altezza del ruolo. Dopo Trump alla Casa Bianca, anche all’Eliseo la solennità potrebbe lasciare il posto alla caricatura e a un altro genere di emotività, molto vicina all’improvvisazione.

Massimo Nava

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