« Della Guyana si parla solo durante la campagna presidenziale, la Francia si dimentica spesso di questo suo dipartimento» si leggeva, qualche settimana fa, sul settimanale Marianne. Già, la Guyana….Un lembo di Francia oltre l’Atlantico, un paesaggio che ha ispirato Hugo Pratt e il suo Corto Maltese in Sotto il segno del capricorno, un paradiso tropicale trasformato troppo spesso in inferno dall’avidità degli europei e dal miraggio dell’oro dei locali.

La Guyana diventa francese quando a Parigi, Luigi XIV, il Re Sole, comincia a governare, a metà del Seicento. Il secolo d’oro arricchisce la Francia grazie alle colonie oltre-Atlantico. La corte è golosa di spezie e cioccolato e la Guyana si trasforma in una gigantesca dispensa di prodotti esotici. La manodopera è composta da schiavi africani, quegli stessi che liberati ufficialmente dalle catene alla fine dell’Ottocento, o fuggiti prima dalle piantagioni, si rifugeranno nella foresta amazzonica lungo il fiume Maroni, dando inizio a una cultura originale e poco conosciuta  -quella dei Noirs Maroni che integra tradizioni africane a elementi culturali degli indios amazzonici.

Arriva poi il tempo sinistro delle prigioni di Caienna, dove sono spediti innumerevoli delinquenti comuni ma soprattutto prigionieri politici, in condizioni di detenzione talmente pessime e degradanti da rappresentare per decenni una tremenda vergogna per la patria dei diritti umani. I bagni di  Caienna ispirano il romanzo Papillon, da cui poi viene tratto l’omonimo film con Steve Mac Queen e Dustin Hoffmann. Quando la prigione è trasferita sull’Ile au Diable, l’Isola del Diavolo -un nome, un programma- fra i detenuti giunge, per un anno, il capitano Alfred Dreyfus, protagonista dell’affare Dreyfus, premessa all’ondata di antisemitismo che travolge la Francia nella Seconda Guerra Mondiale.

Prima sinonimo di schiavitù, poi di uno dei luoghi di detenzione più crudeli del pianeta, il nome Guyana ha spesso evocato momenti storici terribili. C’è da augurarsi che quell’epoca sia definitivamente conclusa, ma l’esito dell’ultimo suffragio suscita qualche dubbio.

Oggi la regione gode dello statuto di dipartimento d’oltremare. A tutti gli effetti, la Guyana è Francia, e sono in vigore le stesse leggi e gli stessi diritti che regolano la vita cittadina a Bordeaux, Parigi o Marsiglia. All’estero, di questi scampoli di territorio francese sotto il sole dei Tropici si parla poco, forse troppo poco, dal momento che cosa avviene qui, ha avuto spesso un’influenza determinante nelle scelte politiche attuate in Europa.

Al primo turno delle elezioni presidenziali, la popolazione della Guyana si è espressa con un chiaro voto di protesta: la sinistra di Melenchon e la destra di Marine Le Pen. Entrambi hanno ottenuto una valanga di preferenze e si trovano nettamente davanti a tutti gli altri.

C’è da dire che sono ormai settimane e settimane che Caienna è in fiamme. Una mobilitazione senza precedenti ha portato in strada 10.000 persone, su una popolazione di circa 250.000 abitanti, indios amazzonici compresi. Un enorme coro di protesta ha investito la città principale e ogni più piccolo villaggio. Sul banco degli imputati c’è il governo di Parigi, responsabile di oblìo, di dimenticarsi troppo spesso delle esigenze del dipartimento e dei suoi problemi. Alcuni fra i manifestanti sono vestiti di nero, hanno il volto coperto da un passamontagna, li chiamano i « 500 frères ». Sono quelli che hanno terrorizzato il ministro dell’ecologia Segolène Royale durante la sua visita ufficiale a marzo, irrompendo come furie nella sala dove  l’ex consorte di Hollande stava tenendo un discorso. I « frères » hanno presentato alla Royale il bilancio di anni di incuria da parte di Parigi: criminalità alle stelle, omicidi e furti a mano armata aumentati in maniera inquietante, violenze, disoccupazione, mancanza di infrastrutture, mancanza di sbocchi professionali per i giovani diplomati e, ciliegina su una torta che sa di rancido, il dramma di quel 16% della popolazione che vive col sussidio RSA (sussidio di solidarietà attiva, destinato ai disoccupati senza alcuna altra fonte di reddito).

Segolène Royale ascoltava con grande imbarazzo, impotente di fronte alle critiche. Fuori della sala, la gente si riversava in strada: i popoli nativi della foresta, gli indios, hanno avuto l’onore di aprire i giganteschi cortei, al grido di « Nou bon ke sà » (« Ne abbiamo abbastanza », in creolo).

L’unico polo economico importante in Guyana è il centro di ricerca spaziale di Korou, fortemente voluto dal generale De Gaulle, ma il centro, simbolo di grande prestigio per la Francia, non ha avuto i previsti benefici economici per le popolazioni locali, rimaste ai margini dell’attività.

Oltre a quelle già elencate, due piaghe maggiori rendono poi estremamente difficile il lavoro delle autorità locali. Una é rappresentata dall’esplosione delle richieste di asilo formulate da cittadini provenienti dal Suriname, da Haiti, da zone povere del Brasile. In quanto territorio francese con le relative protezioni scoiali che ne conseguono, molti abitanti delle regioni limitrofe vorrebbero stabilirsi qui. In particolare, in quest’ultimo periodo,  vi sono cittadini di Haiti, partiti dall’isola caraibica per farsi assumere come operai per le infrastrutture dei Giochi Olimpici in Brasile. Ora che l’euforia della kermesse sportiva è passata, il Brasile non ne vuole più sentir parlare di loro. Lo ius solis in vigore in Francia fa sì inoltre che migliaia di donne incinte del Suriname varchino il confine per partorire sul territorio della Guyana, un fenomeno in sempre maggiore crescita al quale il governo locale reagisce vietando regolarmente il diritto di asilo, sebbene questo non impedisca ai clandestini di affluire in massa.

L’altro problema riguarda i cercatori d’oro ilegali, che giungono numerosi dalle regioni più povere della Guyana e dai Paesi vicini attratti dal miraggio di un’improvvisa ricchezza offerta dagli abbondanti filoni aurei localizzati nella foresta amazzonica. Ogni anno il numero dei cercatori d’oro cresce di centinaia. La cosiddetta mafia dell’oro e i traffici che gravitano attorno ad essa prosperano più che mai. I « garimpeiros », così sono chiamati i disperati di questa nuova corsa all’oro, vivono in villaggi dissimulati nella selva dove le condizioni di vita ricordano quelle del Far West: violenza, armi a go-go, prostituzione, alcol e droga rappresentano il pane quotidiano. Lavorano perlopiù durante le ore notturne, per l’esercito risulta  così difficile rintracciarli e arrestarli. La rete criminale  che li sfrutta si è ispirata nel tempo al modus operandi dei narcos colombiani: fra le pratiche più correnti vi è quella di corrompere le autorità locali. Oltre ad un grave danno sociale ed economico, la mafia dell’oro rappresenta una piaga anche per l’ecologia, poiché  fra le materie utilizzate per estrarre il metallo nobile vi sono mercurio e cianuro, poi dispersi in maniera incontrollata nell’ambiente. Le popolazioni indie quali i Wayanas, presentano già preoccupanti problemi di salute e un accresciuto tasso di mortalità, dal momento che la loro dieta è composta prevalentemente dai pesci pescati nel fiume contaminato.

Di fronte a questi drammi, la Francia si è dimostrata per anni cieca e sorda e ora ne paga le conseguenze. Se Marine Le Pen si ritrova al secondo turno delle presidenziali, la presunzione, l’indifferenza e il pressappochismo, con cui troppo spesso sono state liquidate le questioni che riguardano i Dom-Tom (dipartimenti e territori d’oltremare) hanno avuto indubbiamente il loro peso.

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