Incontro con il celebre giornalista autore di Les Revenants, storie di giovani francesi partiti a combattere il jihad in Siria e tornati in patria. 

L’aveva detto. Il 18 settembre 2015, appena due mesi prima dell’orrore del Bataclan, David Thomson, diventato uno dei massimi esperti al mondo sul fenomeno jihadista, aveva messo in guardia le autorità, cercato di scuotere le coscienze sulla possibilità che il lontano conflitto in Medio Oriente finisse per insanguinare le nostre città. In un tweet, il giornalista di Radio France International comunicava l’arresto di un terrorista, sospettato di voler attaccare una sala di concerto. Nello stesso tweet, Thomson precisa che questo tipo di operazione era « prevista nei piani di Daesh ». Due mesi dopo, la cronaca gli ha dato ragione. Troppo tardi. Quarant’anni, sorriso placido e grandi occhi azzurri, David è diventato l’icona del giornalismo d’inchiesta e il più conosciuto « terrorist-buster » dei media francesi e non solo. Nel suo sconvolgente libro Les Revenants, pubblicato dalle edizioni francesi Seuil, il giornalista ripercorre i suoi incontri con decine di giovani radicalizzati finiti nella spirale jihadista, partiti per la Siria e tornati sul suolo francese, col loro bagaglio di odio, di domande, di convinzioni assurde. Oggi David vive sotto protezione. « credo cambierò presto il soggetto delle mie indagini » confida. « vivo una pressione psicologica costante, non sono libero di andare e venire come mi pare, alla lunga sarà insopportabile ». Thomson è estremamente obiettivo, lucido nel considerare il pericolo terrorista. Oggi in Francia si moltiplicano i centri anti-radicalizzazione e le associazioni di psicologi ed esperti che si propongono di allontanare i giovani dal fondamentalismo religioso e dalle sue derive violente. A Beaumont en Véron, nel cuore della Francia rurale, il castello di Pontourny è stato ristrutturato dallo Stato al fine di ospitare questi ragazzi. Dopo un esordio esitante, con pochi ospiti rispetto alle cifre previste, oggi il centro è deserto, costa due milioni l’anno e si erge nel suo parco centenario come un monumento al fallimento delle istituzioni. Uno degli ospiti, Mustafa Savas, finito a Pontourny dopo aver tentato di raggiungere la Siria in compagnia di uno dei killer del Bataclan, è stato da poco arrestato a Strasburgo per legami con la filiera terrorista. Fine delle illusioni. « I programmi anti-radicalizzazione non servono a niente » commenta lapidario Thomson. « Nessuno dei metodi si è rivelato realmente efficace. In molti casi, i ragazzi sono ripiombati nel fanatismo, sono ripartiti per la Siria, hanno ripreso le armi ». Di questi ragazzi, Thomson ne ha conosciuti davvero molti, con lui si sono aperti, a lui hanno svelato la maniera con cui sono stati reclutati, a lui hanno spiegato la ragione delle loro convinzioni.  Grazie ai suoi modi spontanei e alla sua capacità di ascoltare senza pregiudizi, mettendosi al livello dell’interlocutore, Thomson ha saputo raccogliere le confidenze dei terroristi in erba. Ma come si diventa esperti in terrorismo islamico?

Tutto è cominciato quasi per caso. « Sono stato inviato da RFI in Tunisia, dovevo rimanere tre mesi, sono rimasto tre anni ». racconta « Un giorno sono stato avvicinato da jihadisti di Anzar Al Sharia, che posso definire come la vetrina di Al Qaeda laggiù. Questo Paese conta in assoluto il maggior numero di foreign fighters partiti a combattere nelle file dello Stato Islamico. Negli anni immediatamente successivi alla primavera araba, i jihadisti hanno potuto contare sulle centinaia di giovani delusi dalle speranze della rivoluzione. La disoccupazione era a livelli drammatici, i reclutatori si sono così messi in marcia per diffondere i loro ideali distorti. Nel 2013, in Tunisia, su 5000 moschee, ben 500 erano tenute da imam jihadisti ». Ma cosa accomuna i ragazzi che decidono di gonfiare i ranghi dei foreign fighters? « Non è certo un problema che riguarda solo le banlieue o i contesti sociali difficili, il jihad corrisponde molto spesso alla risposta ad un profondo vuoto ideologico. Il processo che avviene nelle loro menti è forte. Per questo sono contrario alle strategie di de-radicalizzazione che apparentano i jihadisti ai membri di una setta, e che considerano la radicalizzazione stessa come una sorta di malattia mentale, questo fa sì che le autorità, sia politiche che religiose, siano sollevate da ogni responsabilità, mentre non è così »

C’é ancora un rischio 13 novembre in Europa? « Le autorità stanno facendo un ottimo lavoro, sono numerosi i progetti di attentato che sono stati soffocati sul nascere in questi ultimi mesi. Lo Stato Islamico sta arretrando, le sconfitte militari sono sempre più numerose. I bombardamenti hanno anche decimato i loro team informatici, incaricati della micidiale propaganda 2.0. Essendo meno organizzati, per forza di cose saranno meno efficaci ». E quale sarà la questione più spinosa che dovrà affrontare il nuovo presidente francese? « Ci sarà indubbiamente la questione del salafismo. È indubbio che il salafismo sia il terreno fertile da cui nascono le derive che portano i giovani ad essere sedotti dal jihad.  Ne siamo coscienti. Ma come si fa a vietarlo? Sulla base di quali criteri si può impedire la pratica di un culto? Ci si sconterebbe con i valori della Repubblica. Quest’ultima non deve occuparsi di religioni, se ne sta già occupando troppo. In che modo si può risolvere questa contraddizione? Per ora non ci sono risposte valide »

Copyright photo: Léo Paul Ridet, per gentile concessione delle edizioni Seuil

Les revenants, di David Thomson, Edizioni Seuil (ancora inedito in italiano)

 

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