Theo e gli altri: quando la banlieue brucia

Theo, il giovane che avrebbe subito violenza da parte dei poliziotti che lo hanno arrestato a Aulnay sur Bois, nella periferia di Parigi, per resistenza alle forze dell’ordine, è uscito dall’ospedale. Il giovane  sarebbe intervenuto mentre gli agenti infilavano le manette a un trafficante di droga del quartiere. I poliziotti, in quattro, hanno cercato di immobilizzarlo, e la colluttazione è andata avanti per diversi minuti. Nel corso della bagarre, uno degli agenti avrebbe violentato il ragazzo con un manganello, il referto medico riferisce una profonda lacerazione al livello del retto. Da giorni, manifestazioni in favore di Theo e contro le violenze di cui sarebbero responsabili le forze dell’ordine si sono susseguite a Aulnay sur Bois e in altre cittadine della cintura parigina. I danni -vetrine distrutte, centri commerciali assaltati, furti e auto date alle fiamme – sono già ingenti. I disordini hanno raggiunto l’altra sera anche il cuore della capitale, il Marais e la zona intorno a Place de la République, dove le vetrine di agenzie immobiliari e banche sono andate in frantumi e i muri sono stati ricoperti da insulti verso la polizia e verso il governo.

Intorno al caso Theo si coagula tutto il malessere della periferia, il senso di abbandono vissuto dagli abitanti delle cités che si sentono dimenticati dalle istituzioni di cui vedono solo il volto autoritario rappresentato dai poliziotti. Questi ultimi sono vittime a loro volta dei tagli di effettivi, degli orari massacranti dettati dallo stato di emergenza in vigore da mesi, oltre che delle aggressioni perpetrate regolarmente dalle bande di trafficanti che tengono in scacco quartieri interi. Questo stato di « burn out istituzionalizzato » fa sì che le forze dell’ordine non presentino puntualmente il loro lato più conciliante e siano sempre più frequenti gli episodi in cui i poliziotti stessi si lasciano vincere dalla spirale di violenza diventando essi stessi aggressori, come nel caso di Theo. Così Theo non è il solo per cui si reclama giustizia. Quest’estate è morto Adama Traoré, giovane originario del Mali e residente in un’altra cittadina di periferia, Beaumont sur Oise. Il giovane e il fratello erano accusati di « estorsione di fondi aggravata da atti di violenza ». I poliziotti avrebbero inseguito Adama, e una volta catturato, lo avrebbero trattenuto « placcandolo » al suolo, sul ventre. Il giovane si sarebbe lamentato di non poter più respirare e sull’auto dei poliziotti che lo conducevano in caserma, avrebbe avuto un malore. Quando i pompieri sono intervenuti per soccorrerlo, Adama si trovava a terra, esangue, ancora ammanettato e a faccia in giù. Per lui non c’è stato più niente da fare. I poliziotti sono stati accusati di omicidio involontario. La manovra utilizzata dai gendarmi per immobilizzare il giovane, « il placcaggio ventrale », è già stata oggetto di polemica e proibita in Paesi come il Belgio o la Svizzera. Amnesty International ha denunciato i rischi di questa manovra già nel 2011: una decina di arrestati sarebbero infatti deceduti dopo averla subita. Nelle settimane successive al decesso del ragazzo, la famiglia e gli amici hanno organizzato il movimento « Justice pour Adama » a cui hanno aderito in maniera rapida e esponenziale migliaia di giovani e famiglie delle banlieue.  Il collettivo si è apparentato al movimento americano « Black lives matter », che denuncia i crimini razziali operati dalle forze dell’ordine negli Stati Uniti. L’analista storico e politico Gilles Kepel, nel suo libro « Terreur dans l’Hexagone » mette in parallelo il disagio delle banlieue e l’affluire inedito nelle filiere djihadiste dei giovani francesi della terza generazione di immigrati. Il parallelo è in particolare modo attuato nell’asse creato tra i disordini delle periferie che hanno sconvolto la Francia nel 2005 – quando Sarkozy rivestiva il ruolo di Ministro dell’interno e usò il pugno di ferro per frenare la rivolta – e il nascere di un sentimento indentitario forte e antagonista dei valori della République, imperniato sulla religione musulmana. Come oggi invocano giustizia per Theo e Adama, anche allora le banlieue piansero i loro martiri: si chiamavano Zyed Benna e  Bouna Traore, erano appena adolescenti e per sfuggire all’inseguimento della polizia -erano accusati a torto di essere gli autori di un furto- si rifugiarono in una cabina elettrica dell’EDF e morirono fulminati. Mentre in quel fatidico 2005 le banlieue erano in sommossa, il teorico di Al Qaeda Abou Moussab al-Souri faceva apparire su internet la sua opera di 2600 pagine titolata: « Appello alla resistenza islamica globale ». Le coscienze dei giovani delle periferie abbandonate dal governo e disprezzate dalle élite, ne furono affascinate. Sette anni dopo, Mohammed Merah compì la strage di Tolosa influenzato da quello scritto. La terza generazione jihadista auspicata da Al Suri era nata, dalle ceneri delle banlieue in fiamme. Per fermare il terrorismo, la Francia deve fare pace con le sue periferie dimenticate. La chiave che una volta girata, porrà fine allo jihad domestico, si trova nelle cités.

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