C’erano una volta Kim Jong Il, Kim Jong Nam e Kim Jong Un, i tre porcellini d’Asia. Kim Jong Il, il più grande e il più saggio, costruì una casa di mattoni, molto solida, piena zeppa di servitori fedeli che venivano regolarmente imprigionati, torturati o eliminati, a scelta, se il loro comportamento indispettiva il porcellino. Poi c’era Kim Jong Un, il più piccolo e il più goloso dei tre. D’altra parte, più il tempo passava, meno Kim Jong Un era piccolo e più diventava grande e grosso. Kim Jong Un aveva studiato in un college a Zurigo, gomito a gomito con figli di ambasciatori e diplomatici di mezzo mondo, era ambizioso, molto ambizioso e ci teneva tantissimo a piacere al porcellino grande, Kim Jong Il. Kim Jong Un costruì una casa di legno, diciamo in teck, molto resistente: quando il lupo cattivo giapponese o americano veniva a soffiare sulla casa per buttarla giù, la casa restava in piedi e il lupo era esausto a forza di soffiare. Peggio ancora, Kim Jon Un ebbe l’idea furba di piazzare dei missili nucleari all’entrata della casetta di teck. Ogni tanto si divertiva a lanciarne uno verso la spiaggia dove sonnecchiava il lupo giapponese, quest’ultimo sgranava gli occhi e ululava furioso per un po’. L’ultimo porcellino era Kim Jong Nam. Leggero e spensierato, passava il tempo a giocare e a divertirsi senza preoccuparsi degli affari di casa, né del futuro. Provocando la disperazione del papà, Kim Jong Nam costruì una casa di paglia, fragile e traballante. Come se non bastasse, il porcellino abbandonava spesso la sua casa, per andare a divertirsi di qua e di là. La sua grande passione era Parigi. Amava particolarmente le discoteche e i club nel quartiere degli Champs Elysées e gli hotel di lusso su avenue George V. Un giorno, visto che era davvero irresponsabile e aveva troppa voglia di giocare, si avvicinò troppo al lupo cattivo giapponese. Nonostante si fosse travestito con una sgargiante camicia a fiori e avesse un passaporto dominicano, il lupo aveva fiuto per i dittatori nordcoreani e riconobbe subito il porcellino. Lo ingoiò in un sol boccone. Visto che però non si rivelò troppo di suo gusto, il lupo risputò il porcellino che improvvisamente, perse tutti i suoi poteri magici e il fascino che esercitava sul suo papà. Kim Jong Nam passò così il resto della sua vita nella sua fragile capanna di paglia, oppure giocando da solo, viaggiando da solo o passeggiando a Parigi in solitudine. Vedeva poco suo papà e suo fratello, giusto il tempo di qualche ricatto e di qualche minaccia, e continuò così fino a che due streghe con passaporto vietnamita gli diedero da mangiare una mela avvelenata. Kim Jong Nam cadde stecchito e il porcellino Kim Jong Un si rimirò nel suo specchio magico che gli disse finalmente: « Sì, ora sei tu il più bello del reame ». Fine.

Kim Jong Nam non è più tra noi. E’ stato eliminato, probabilmente da due sicari al soldo del regime diretto dal fratellastro. È l’ora di fare il punto sulle relazioni tra Francia « patria dei diritti umani » e sull’accoglienza calorosa riservata proprio dalla Francia al rappresentante di una delle più feroci dittature del pianeta.

Kim Jong Nam veniva spesso a Parigi, almeno una volta o due l’anno. Lo so poiché ho lavorato per diversi anni per l’ufficio di corrispondenza parigino di una tv giapponese e il Paese del sol levante è molto attento a tutto ciò che accade in Corea del Nord, soprattutto a causa di una vecchia storia di sequestri di cittadini giapponesi orchestrata dal regime di Pyongyang nel corso degli anni Ottanta, eventi mai troppo chiarificati né dai media né dai governi interrogati sulla questione. I Giapponesi rapiti dai nord-coreani e probabilmente internati in campi di lavoro o indottrinati per tornare in Giappone e diventare spie sarebbero diverse decine. Fra questi ci sarebbe un famoso violinista giapponese fatto sparire durante una tournée a Mosca e due giovani studentesse tokioite che si trovavano a Madrid negli anni 80 per studiare lo spagnolo in una scuola situata presso la Gran Via. Le ragazze sparirono da un giorno all’altro e il regime di Pyongyang fu sempre il primo fra i sospettati. Insomma, i Giapponesi non amano i Nordcoreani. E questa era una buona ragione per seguire da vicino tutti i movimenti di Kim Jong Nam quando partiva dal suo palace di avenue George V per recarsi, ad esempio, dal suo dentista in rue Balzac. L’avevo intercettato all’uscita dello studio dentistico. Il mio capo voleva assolutamente che gli ponessi delle domande sulla questione dei rapimenti. Kim Jong Nam sgranò gli occhi, la sua espressione era quella di un animale braccato, sorpreso, impaurito e al tempo stesso furioso. Quando ho cominciato a rivolgergli la parola nel corridoio del palazzo da cui stava uscendo, la scena ha assunto un tono surreale e comico. Il figlio del più terribile dittatore del mondo si teneva una guancia  gonfia e dolorante a causa di un evidente ascesso e con le labbra deformate dall’effetto dell’anestesia mi mandava collericamente a quel paese in un francese perfetto.

Il giorno seguente, l’abbiamo seguito durante la sua passeggiata su Place Vendome, dove il rampollo del dittatore andava a trovare i suoi gioiellieri preferiti. Qualche mese dopo, a bordo di fiammanti berline nere da Men in black (i Giapponesi sono maestri in molte cose, ma non negli inseguimenti discreti, ahimè), stazionavamo tutto il giorno sotto le finestre dell’appartamento del dottor Roux, eminente primario di neurochirurgia presso l’ospedale Sainte Anne. Il professor Roux ha curato personalmente Kim Jong Il quando quest’ultimo è stato vittima di un ictus cerebrale. La mia tv giapponese, Fuji TV, mise a segno in quel momento un autentico scoop: la nostra équipe a Pechino aveva filmato il medico francese mentre stava effettuando la corrispondenza per Pyongyang per andare al capezzale del dittatore. il Dottor Roux aveva sempre negato, dicendo che stava a Pechino per affari personali per qualche tempo. Di fronte alle mie domande, il professore manteneva la sua versione in maniera ostinata fino a quando i miei colleghi gli mostrarono il video girato qualche settimana prima all’aeroporto cinese. A quel punto Roux ha abbassato le braccia con uno sguardo imbarazzato, non potendo negare l’evidenza. Il professore, amico intimo dell’ex Ministro degli Esteri Bernard Kouchner e fondatore dell’associazione umanitaria Chaine de l’Espoir, era andato a salvare un dittatore responsabile di aver affamato il suo popolo.

Chi si era recato più volte a Parigi per sollecitare l’aiuto del medico? Kim Jong Nam, all’epoca già caduto in disgrazia presso la sua famiglia a causa del suo amore incondizionato per il gioco d’azzardo e a causa dello scandalo scoppiato all’aeroporto di Tokyo Narita, quando il rampollo venne arrestato per aver tentato di entrare sul territorio giapponese con un documento d’identità falso. Malgrado la sua infelice posizione, Kim Jong Nam aveva pregato il dottor Roux di recarsi a Pyongyang per salvare il padre. All’inizio della storia, era lui il figlio preferito del dittatore, il legittimo aspirante al trono del tiranno. E questo, il porcellino Kim Jong Un non gliel’ha mai perdonato.

Kim Jong Nam non potrà mai più trovare rifugio nella patria dei diritti dei dittat…ehm, dei diritti umani.

Eva Morletto

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