Rappresentano uno dei nemici principali dell’Interpol, la sfida da vincere da ormai quindici anni. Si chiamano Pink Panthers, sono 300, o forse 1000, colpiscono in tutto il mondo, interagiscono tramite i social network come Telegram. Il nome venne loro affiliato da Scotland Yard nel 2003, quando dopo una spettacolare rapina in una gioielleria nel cuore della capitale inglese, gli inquirenti seguirono la compagna di uno dei ladri e trovarono presso il suo domicilio, in un vasetto di crema, un anello con un diamante da centinaia di migliaia di sterline. Il nomignolo fu gradito ai membri della banda, tanto che nel corso della rapina successiva, indossarono tutti delle t-shirt rosa. Fra gli ultimi colpi in ordine  di tempo ci sarebbe quello organizzato a Milano, alla gioielleria Eleuteri, nel triangolo della moda, nel settembre scorso. Ora l’Interpol sembra avere la certezza che si tratti proprio e ancora delle Pink Panthers.

In Serbia e in Montenegro i membri della banda criminale sono considerati come degli eroi. Durante i loro colpi non ci sono mai state vittime, addirittura all’inizio, si presentavano nelle gioielliere disarmati. La popolazione li vede come dei vendicatori rispetto alle sanzioni imposte dalle Nazioni Unite alla Serbia.  Alcuni dei membri della gang provengono dai gruppi paramilitari serbi che agirono durante la guerra in Ex-Yugoslavia, qualcuno parla di legami con le Tigri di Arkan che seminarono il terrore a Vukovar nel ’91, altri parlano di gruppi mafiosi serbi come quello di Darko Šarić, una sorta di Pablo Escobar dei Balcani, uno dei trafficanti di cocaina più ricercati dalla polizia europea. Ci sono poi possibili legami con la mafia italo-serba del clan Saranovic, specializzato nel riciclaggio di denaro sporco e nel traffico di armi clandestino.

Nell’ultimo colpo a Milano gli inquirenti hanno trovato un’impronta lasciata sulla cassaforte da Aleksander Sarac, attualmente ancora in Serbia in attesa di essere estradato. A incastrarli sarebbe stata la commessa della gioielleria che si sarebbe accorta di una parola pronunciata fra i rapinatori in serbo e avrebbe così messo la polizia sulle tracce delle Pink Panthers. Il « bottino » del gruppo criminale dopo quindici anni di rapine compiute in tutto il mondo, ammonterebbe all’incirca a 250 milioni di euro di gioielli. In Francia i Pink Panthers sono sempre stati particolarmente attivi. In molti si ricordano la rapina, degna di un film di Hollywood, alla gioielleria Julian di Saint Tropez nell’agosto del 2005: in pieno giorno, travestiti da turisti con tanto di cappellini e camicie a fiori, i ladri prendono la fuga con un off-shore mentre la polizia resta bloccata negli ingorghi del lungomare.  Due anni dopo, nel 2007, l’Interpol crea una divisione speciale chiamata la Project Pink Panthers. Nonostante si moltiplichino gli arresti e alcuni capi finiscano nella rete della polizia, i Pink Panthers non si fermano. Nel 2009, a Cannes, avviene « il colpo del secolo »: 15 milioni di euro rubati alla boutique Cartier. Pallido risultato rispetto a ciò che saranno capaci di fare, sempre nella famosa località della Costa Azzurra, nel 2013, con un furto di opere d’arte e gioielli destinati a una mostra per circa 136 milioni di dollari.

Il modo operatorio è spesso analogo per ogni furto: prima una perlustrazione dei luoghi grazie a una falsa coppia chic che si reca in gioielleria e si fa mostrare i bijoux più preziosi. Durante questa prima visita, i ladri prendono nota di tutti i sistemi di sicurezza, delle telecamere, persino del carattere delle commesse. Analizzano ogni dettaglio del negozio e considerano quanto tempo la polizia impiegherà per intervenire in zona. La seconda fase è quella violenta, dei ladri in azione. Agiscono sempre in maniera rapida, perfettamente coordinata e non lasciano nulla al caso: nel corso di una rapina organizzata a Biarritz, verniciarono una panchina di fronte alla boutique per evitare che qualcuno potesse sedersi sopra e dare l’allarme accorgendosi dell’hold up in corso.

Si dice che il capo della banda internazionale sia il serbo Dragan Mikic, soprannominato Kili Barda. Nel 2005, Mikic evase dal penitenziario di Villefranche sur Saone in maniera spettacolare. Dei complici arrivarono con un furgone e armati di kalashnikov, tagliarono la rete di protezione, realizzando in qualche minuto una via d’uscita per il prigioniero. Non fu mai più ritrovato.

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