Marine Le Pen vorrebbe davvero rinunciare agli enormi interessi economici in Africa per fermare l’immigrazione? Quali relazioni tra l’Africa e il Front National? 

L’ultimo meeting di Marine Le Pen ha ancora una volta mantenuto come perno su cui far ruotare il programma, lo slogan « ognuno a casa sua », caro al Front National.

Stop all’immigrazione, stop all’Europa, stop alla finanza globale, dunque. La Francia dovrebbe tornare al made in France, gli imprenditori che intendono assumere lavoratori stranieri dovrebbero essere tassati più degli altri, e in materia di rapporti con l’Africa, Marine Le Pen ufficialmente teorizza la fine della Françafrique e dell’influenza della Francia sulle decisioni politiche africane. Sempre in nome del famoso ed efficace « ognuno a casa sua » la leader del Front sorride ai nazionalismi con un « la France aux Français, l’Afrique aux Africains ». Ma è davvero così?

Davvero la Francia bleu Marine vorrebbe rinunciare così facilmente agli immensi interessi economici e strategici nel continente che fanno sembrare i rapporti dell’Eni con la Libia un dettaglio insignificante, un granello di sabbia nel Sahara? Due parole sulla Françafrique, innanzitutto…

Dal tempo delle colonie in poi, la Francia non ha mai smesso di avere relazioni strette coi paesi africani francofoni: dalla Costa d’Avorio al Senegal, dal Ciad al Niger, dal Burkina Faso al Cameroun, la Francia ha sempre mantenuto un ruolo chiave sullo scacchiere geopolitico, influenzando colpi di stato, finanziando questo o quel presidente, decidendo la gestione delle materie prime. Alcune fra le più importanti aziende francesi hanno interessi capitali in Africa. Si può parlare di Areva e delle sue miniere di uranio in Niger, fondamentali per l’approvvigionamento delle centrali nucleari in Europa. Si può parlare del colosso Total, che ottiene in Africa il 31% della sua produzione. Si può parlare anche di Vincent Bolloré, lo stesso Bolloré che sta tentando la scalata a Mediaset e che con la sua Bolloré Africa Logistics è leader del trasporto e della logistica nel continente. La società conta 250 filiali e circa 25.000 collaboratori e controlla praticamente tutto il traffico dei terminal container africani, da Abidjan,  a Lagos, a Libreville.

Sul piano miltiare, negli ultimi 30 anni, almeno 50 operazioni decise dallo stato maggiore francese sono state lanciate sul territorio africano. Fra le tante in molti ricorderanno l’operazione Serval in Mali ordinata da Hollande, che ha respinto i jihadisti di Al Aqmi lontano da Bamako.

Circa 5000 uomini sono ancora oggi assegnati alle basi militari francesi in Africa. La Costa d’Avorio conta 450 militari (Operazione Liocorno), 950 sono stanziati in Ciad, mentre quasi duemila soldati abitano la base più importante, quella a Gibuti, dove le forze francesi hanno rafforzato il loro arsenale (così come gli eserciti di altre nazioni, Giappone compreso) con il pretesto degli attacchi dei pirati somali nel Mar Rosso ai danni dei porta-container. La realtà è che Gibuti ha semplicemente una posizione geografica nell’area altamente strategica per intervenire tanto in Africa che in Medio Oriente, oltre a controllare un braccio del Mar Rosso capitale per i traffici marittimi. La Francia stessa è una sorta di lido di vacanze per dittatori. Ville, palazzi e castelli appartenenti a capi di stato africani, talvolta acquistati con fondi illeciti, prelevati illegalmente dalle finanze pubbliche, costellano il territorio da Parigi alla Costa Azzurra. La ONG Survie, qualche anno fa calcolava che, soltanto per quanto riguarda tre capi di stato, Denis Sasso Nguesso (Congo), Teodoro Obiang (Guinea equatoriale) e il defunto Omar Bongo (Gabon), quest’ultimo amico intimo di Jean Marie Le Pen, il patrimonio immobiliare complessivo in Francia era pari a circa 160 milioni di euro. Il solo Omar Bongo possedeva nell’area di Parigi una trentina di lussuose proprrietà, case e appartamenti.

Nel 2011 l’avvocato Rober Bourgi accusava Jean Marie Le Pen di aver ottenuto  finanziamenti illeciti per la sua campagna presidenziale del 1988 proprio dal presidente gabonese.

La famiglia Le Pen è legata a doppio filo agli interessi economici francesi in Africa. Nel gennaio dell’anno scorso, quando all’Aia è cominciato il processo contro il presidente ivoriano Laurent Gbagbo, accusato di crimini contro l’umanità, a difenderlo c’era l’avvocato Bernard Houdin, un fedelissimo del Front National. Poco importava al Front della feroce repressione innescata dagli esiti dello scrutinio elettorale e le centinaia di vittime di una guerra civile provocata da un presidente-dittatore restio a lasciare il potere. Gbagbo, cristiano e nazionalista rimaneva un fedele alleato del partito di Jean Marie Le Pen a differenza del nuovo presidente, il musulmano Ouattara. Andava quindi difeso nell’interesse del Front.

C’è poi da considerare Marion Maréchal Le Pen, la pasionaria del Front, ancora più conservatrice della zia, che, in testa di lista per le elezioni regionali in Provenza-Costa Azzurra (PACA) ha ricevuto il sostegno di Innocent Dimi, vicepresidente del Gruppo Congo Capital Entreprises. Il socio in affari di Dimi è Samuel Maréchal, padre della giovane Marion. Samuel Maréchal, tanto per alimentare i pettegolezzi familiari, è sposato alla nipote di Félix Houphouet Boigny, presidente della Costa d’Avorio per più di trent’anni. Maréchal è dunque particolarmente vicino all’ambiente della politica e della finanza africane. Il Gruppo Congo Capital Entreprises ha sedi in una dozzina di Paesi, dal Burkina, al Mali,  alla Costa d’Avorio, al Congo, al Ciad.

Non dimentichiamo poi il passato glorioso di Jean Marie, quando numerosi mercenari al soldo del Département Protection Sécurité (DPS), servizio d’ordine del Front National furono spediti nel corso degli anni Novanta nelle Comore, in Zaire e in Congo Brazzaville per fomentare colpi di stato, disordini e guerre civili utili agli interessi di una certa élite politica francese.

Insomma, al Front National gli Africani che non piacciono sono solo quelli poveri che arrivano sulle nostre coste.

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