Giochi quasi fatti alle primarie del partito socialista, condizionate da una partecipazione limitata e da scarso entusiasmo. Benôit Hamon, esponente dell’area radicale, ex ministro dell’istruzione uscito dal governo perché in rotta con il riformismo (!) di Hollande, é largamente in testa e ha serie possibilitá di vincere al secondo turno domenica prossima. Grazie anche al sostegno di un altro radicale, Montebourg. I due, insieme, fanno la maggioranza del partito e siccome la politica é anche aritmetica dei numeri é assai probabile che le velleitá presidenziali dell’ex premier Manuel Valls vengano consegnate a un’altra stagione elettorale.
Quella in corso, con questi risultati, sembra giá segnata dalla vocazione alla sconfitta della “gauche” e dal suicidio del partito socialista, cronicamente incapace di compiere una coerente scelta programmatica e ideologica e costantemente prigioniero di spinte liberali e radicali che finiscono per lacerarlo. Hamon, tanto per avere un’idea, lancia un programma che potrebbe avere successo in un’universitá del Sessantotto : lavorare meno, lavorare tutti, reddito di cittadinanza per tutti, tasse sui ricchi e persino sui robot che sottaggono posti di lavoro, risparmio energetico, lotta al traffico privato. Le parole sono belle e seducenti, chiunque applaudirebbe, se non fossero minate da una carica utopica che fa a pugni con l’era Trump, la situazione finanziaria dell’Europa, i populismi crescenti, la spesa pubblica dei singoli Stati e della Francia in particolare.
Soprattutto fa a pugni con l’aritmetica elettorale della Francia di oggi. Se otterrà l’investitura con il sostegno delle anime belle, Hamon dovrá affrontare la concorrenza agguerrita di Jean Luc Mélanchon, il leader della “gauche” radicale ed ex comunista che in quanto a programmi di sinistra e utopie rivoluzionarie finisce per apparire persino piú credibile, se non altro per tradizione e sintonia con ceti popolari. In questo quadro di famiglia, Hamon appare come l’intellettuale ribelle, piú conosciuto nelle universitá e nei salotti politicamente corretti che nelle fabbriche.
Comunque sia, la sinistra rischia la lacerazione e il partito socialista l’estinzione. All’orizzonte, non ci sono soltanto le presidenziali di primavera ma, subito dopo, le legislative, ovvero la corsa a un posto di deputato, la lotta per la candidatura in collegi sempre meno sicuri. Il sistema elettorale francese, si sa, é spietato : i ballottaggi penalizzano oltre misura chi arriva terzo o quarto. Sintomatico il fatto che sia giá cominciata la grande fuga verso lidi sulla carta piú confortevoli.
Ovvero verso Emanuel Macron, l’ex ministro dell’economia di Hollande, che ha rotto con il presidente e con il partito in modo netto e coerente e che si candida all’Eliseo con un proprio movimento, En Marche. Il successo mediatico e sondaggistico é giá assodato, anche perché Macron – giovane, immagine di candidato senza partito, spregiudicato quanto basta – riesce ad accreditarsi come l’unica vera novitá della politica francese e – vista la crisi di programmi e di idee del partito socialista – a conquistare una vasta area di riformisti, centristi, delusi della sinistra e persino qualche settore della destra gaullista e popolare, orfana di Alain Juppé e poco convinta della svolta liberale e identitaria di François Fillon, il trionfatore delle primarie della destra.  Macron  si presenta come un liberal riformista in economia, attendo alla societá civile e ai diritti dei piú deboli. Potrebbe sedurre molti, ma rischia anche di scontentare tutti.
Si tratterá di vedere se la bolla mediatica di Macron si sgonfierá o se invece si tradurrá in un consenso di massa tale da rappresentare una credibile alternativa ai grandi competitors della destra : appunto Fillon e la patronessa del Front National, Marine Le Pen, saldamente in testa in tutti i sondaggi e sulla cresta dell’onda. Che possa andare lei all’Eliseo non é piú un’ipotesi assurda : il suo programma anti europeo, di controllo dell’immigrazione e delle frontiere, é ormai nella pancia e nella testa dei francesi e non é piú irrealistico o politicamente scorretto dopo Brexit e dopo la vittoria di Trump.
A meno di tre mesi da voto, lo scenario é tutt’altro che consolidato. Le dinamiche elettorali sono veloci e possono cambiare direzione all’improvviso, anche come conseguenza di una gaffe di un candidato o di un evento imprevisto o tragico, come un attentato. Le precedenti elezioni hanno voracemente divorato candidati dati per vincenti sicuri tre mesi prima del voto. Ma, riassumento il quadro ad oggi, la battaglia per l’Eliseo rischia di essere una sfida tutta a destra, con Macron a fare da terzo incomodo. Mélanchon oggi sarebbe quarto e il candidato socialista,  chiunque sia, malinconicamente quinto. Un disastro per il partito che fu di Mitterrand e che, con Hollande, aveva portato per la seconda volta la sinistra all’Eliseo, Un capitale di storia, consensi e tradizioni dilapidato da guerre fra capicorrenti, divisioni ideologiche, scarsa attenzione alle sfide dell’attualitá economica, tardivi ripensamenti che hanno allargato il solco fra le classi dirigenti e la base sociale, le cui anime molto francesi – rivoluzionarie, giustizialiste, giacobine, ribelli e idealiste – continuano a produrre piú vittime che vittorie.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here