L’incredibile segreto del palace parigino

« L’ottimista vede opportunità in ogni pericolo, il pessimista vede pericolo in ogni opportunità.” . Lo diceva Winston Churchill, nei giorni bui della Seconda Guerra Mondiale. Negli stessi giorni bui, senza conoscere questo aforisma, un personaggio straordinario a Parigi colse al volo l’opportunità celata in un grande, immenso pericolo.

Dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti, l’hotel Bristol perse l’immunità di cui godeva essendo la residenza dell’ambasciata americana. Era ormai sotto diretta sorveglianza tedesca e ogni attività veniva rigorosamente controllata dall’occhio vigile dell’ufficiale Fritz Bodo. Il fondatore dell’hotel, Hyppolite Jammet, nonostante la situazione delicata compì un atto eroico: accolse in una delle stanze, la 106,  Leo Lerman, l’architetto già artefice nel passato della bellezza del palace parigino. Era il 1942, Lerman era ebreo. Ed essere ebrei nel ’42 in Francia voleva dire vivere in un girone dantesco. Fu l’anno della Rafle du Vel d’Hiv, un episodio poco riportato dai manuali di storia italiani, quando più di 13000 ebrei vennero riuniti nel Velodromo d’Inverno (non esiste più, si trovava a poca distanza dalla Tour Eiffel) per essere deportati ad Auschwitz. Pochissimi fecero ritorno, praticamente nessuno dei 4115 bambini sopravvisse. Solo qualche centinaio di uomini riuscì a scampare all’orrore. Dal febbraio del 1942, gli Ebrei non potevano lasciare il proprio domicilio dalle otto di sera alle sei di mattina. Il governo di Vichy, oltre al coprifuoco, redigeva ogni giorno nuovi divieti: divieto di assistere a spettacoli, divieto di frequentare luoghi pubblici, obbligo di fare la spesa solo fra le tre del pomeriggio e le quattro, e per finire, divieto di esercitare la propria professione. Solo il 2% fra i farmacisti, gli architetti, i medici e i professori ebrei potevano continuare a svolgere la propria attività di liberi professionisti. È così da perseguitato, e non più da grande architetto, che Lerman chiese aiuto a Hyppolite Jammet. Accoglierlo al Bristol, significava per il direttore dell’hotel e per tutto il personale commettere un atto illegale che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime. Eppure, tra il 1942 e il 1945, sotto il naso dei dignitari nazisti, Leo Lerman occupò la stanza 106 al primo piano. I concierge cancellarono con attenzione il numero della camera dai registri. Ufficialmente, la 106 non esisteva più. Il numero venne ritirato dalla porta. Lerman non usciva quasi mai dalla camera, i grooms gli portavano in segreto delle salsicce kosher da far grigliare nel caminetto. Ma l’ozio non era una condizione che poteva sopportare a lungo. Così cominciò a esplorare il Bristol di notte, servendosi dei corridoi per il personale e delle scale di servizio. Hyppolite Jammet gli chiese consiglio per restaurare la sala da pranzo, trasformata durante la guerra in riserva di carbone, e per rendere le camere più spaziose ed eleganti. Così l’architetto fantasma si mise all’opera. Di notte prendeva misure, di giorno disegnava e inventava soluzioni per trasformare l’hotel in uno dei più belli della capitale. La guerra rendeva l’approvvigionamento di materiali un’impresa titanica, ma al Bristol arrivò tutto ciò che Lerman aveva chiesto: le boiseries per la sala da pranzo, gli stucchi, il mobilio. Miracolosamente i suoi disegni riuscivano via via a concretizzarsi diventando realtà. Nessuno, a parte Jammet e il personale dell’albergo, seppe mai nulla di questo architetto fantasma che lavorava in una stanza che non esisteva. Ma il risultato del suo lavoro segreto è ancora lì oggi, nelle volute preziose dell’ascensore in ferro battuto che Lerman disegnò una notte, un’opera di una bellezza raffinata ed esemplare, frutto di ore di veglia vissute per evitare un sonno popolato da incubi fin troppo reali. Leo Lerman ha lasciato gli incubi oltre la porta della 106.

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