La guida spirituale dei fratelli Kouachi presenta il suo libro in tv. E lo fa il giorno dell’anniversario della strage. 

Che l’Italia si rassicuri. Non siamo più i soli ad annegare nel controsenso, a erigere monumenti alla contraddizione. Guardavamo perplessi al poco eroico capitan Schettino, incredibilmente incaricato dall’università di Napoli di impartire corsi su come « gestire il panico a bordo ». Ora anche i Francesi hanno il loro campione di faccia tosta. Eccolo: Farid Benyettou, classe 1981, di professione infermiere e teorico del jihad armato nel tempo libero. Figura di punta e leader carismatico della banda delle « Buttes Chaumont », il gruppo islamista a cui appartenevano i fratelli Kouachi, responsabili del massacro a Charlie Hebdo, Benyattou era la loro guida spirituale, il guru, quello che li aveva convinti a diventare quello che poi sono diventati. Con la sua djellaba immacolata, i suoi capelli lunghi, il suo pallore vampiresco, i suoi occhiali da serie tv anni Settanta, Farid predicava lo spregio degli « infedeli » presso la moschea fondamentalista Adda’wa, nel XIXesimo arrondisement di Parigi, poi chiusa nel 2006. Il giovane aveva convinto diversi coetanei del suo quartiere a partire per l’Iraq e a unirsi alle file di Al Qaeda. Alcuni di loro sono deceduti in Medio Oriente. Accusato di legami col terrorismo internazionale, Benyattou è stato condannato a sei anni di prigione e ne è uscito nel 2009, giusto in tempo per indottrinare di nuovo decine di ragazzi fra cui proprio i fratelli Kouachi, incontrati in carcere.

Ironia della sorte, i feriti della strage alla redazione sono stati per la maggior parte ricoverati all’ospedale della Pitiè-Salpetrière, l’ospedale dove lavorava Farid come infermiere. La direttrice della struttura fu informata del passato del suo dipendente solo dopo il 7 gennaio. Ma perché Farid è campione di faccia tosta? Perché, pentito – forse –  ha scritto un libro sul suo percorso nel jihad e sulle possibilità di deradicalizzazione che si offrono a chi cade nella trappola ideologica dei terroristi e lo ha presentato nientemeno che il 7 gennaio 2017, esattamente nel secondo anniversario della strage che lui stesso ha ispirato. A spingerlo è stata Dounia Bazar, figura emblematica della lotta alla radicalizzazione, dipinta qualche anno fa come un’eroina e ora fortemente contestata e accusata di strumentalizzazione della sua lotta a fini di lucro ( e che lucro! Il governo Sarkozy avrebbe stanziato diversi milioni di euro per la sua associazione).

In un’intervista che ha fatto accapponare la pelle a più di un telespettatore, di fronte al presentatore Thierry Ardisson di Canal Plus, Benyattou ha sguainato una spilla con su scritto « Je suis Charlie ». Le associazioni delle vittime degli attentati sono letteralmente insorte, definendo il gesto, e tutta l’intervista, come qualcosa di « osceno » e « indecente ». In causa anche la stessa trasmissione, accusata di strumentalizzazione e cinismo.

I servizi segreti francesi e lo stesso Ministero dell’Interno giudicano Benyattou « non degno di fiducia » e esprimono la loro estrema perplessità circa la sua miracolosa redenzione.

La redazione di Charlie Hebdo ha reagito con la satira: la disegnatrice Coco ha caricaturizzato Dounia Bazar intenta ad annunciare che Salah Abdeslam sarà presto agente di sicurezza al Bataclan.

In seguito all’indignazione generale, Farid Benyattou e il suo agente hanno deciso di non ripresentarsi più davanti alle telecamere. Ma ormai il danno è fatto e la vicenda apre una breccia di dubbi sul nuovo fruttuoso business delle associazioni dedicate alla deradicalizzazione degli aspiranti jihadisti, talvolta create senza averne la legittimazione o le competenze. A Cherif Kouachi, l’auto-proclamato imam Farid era solito dire « è buona cosa morire da martire ». Indubbiamente, Benyattou « non è Charlie ».

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here