Il grand hotel della Normandia dove l’ autore della «Recherche» ambientò celebri pagine continua ad attirare i cultori del personaggio.

Bisogna trasgredire un po’ le regole del giornalismo e avvertire il turista: raccontare Balbec significa parlare di luoghi che non esistono.

Ma non inventeremo nulla, muovendoci nel paesaggio della costa normanna, fra località famose, grandi alberghi e casinò, villaggi e cattedrali gotiche, lunghe spiagge bianche e scogliere a picco sul mare.

Il trucco narrativo di Marcel Proust può provocare sensazioni meravigliose, anche se viene adottato più modestamente da un cronista o da un viaggiatore, e persino se non si è mai letto niente della Recherche.

Proust non inventava nulla, ma associava persone e luoghi ai propri stati d’animo, ricavandone il paesaggio interiore degli impressionisti che, proprio in Normandia, nelle conversazioni con il pittore Elstir, aveva imparato ad amare. Alcuni critici hanno accostato pagine della Recherche alla cattedrale di Rouen, o meglio, alle “cattedrali” di Monet. Il risultato sono ricordi, emozioni, melanconie, attimi fuggenti che appartengono – se si ha voglia di ricercarli – alla vita interiore di ciascuno.

L’ albergo delle vacanze, dove si ritorna ogni estate e vi si ritrovano le stesse consuetudini e gli stessi amici. E poi le partenze in treno, con mamma e nonna, i giochi sulla spiaggia, il primo bacio, la contemplazione di un tramonto, i divertimenti nelle notti tiepide e il cattivo tempo che annuncia la fine dell’ estate, il momento del ritorno in città, quando si riparte «non tutti insieme, come le rondini, ma nella stessa settimana».

L’ Albertine che Proust incontra per la prima volta durante una vacanza, descritta come la giovane ciclista dalle guance rosa, poi compagna della «petite bande», non è l’ emblema di una prima, idealizzata, pulsione amorosa? Il luogo di quell’ incontro è Balbec, che storici e biografi identificano con Cabourg, un villaggio che, alla fine dell’ Ottocento, divenne quella che oggi si definirebbe spiaggia di tendenza; città balneare creata dal nulla e meta della buona società parigina: chalet, ville, giardini curati e il Grand Hotel, dotato di comfort eccezionali. Grandi sale da bagno, colonne di marmo, sale di lettura, american bar e ristoranti con stucchi dorati e immense vetrate verso il mare, dietro le quali Proust descrive pescatori e contadini che, come visitatori di un acquario, vengono a vedere come mangiano e si divertono i ricchi.

Cabourg conserva intatto il fascino dell’ epoca. E’ più semplice, quasi familiare, meno contaminata da boutique grandi firme e stelle Michelin, tiene alla periferia pub e discoteche, al massimo tenta di conquistare nuovi ricchi, tormentati dal problema della dieta, con talassoterapia e golf club, che si moltiplicano nelle località vicine. C’ è un festival del cinema, dedicato al film romantico. C’ è il casinò, in rigoroso stile Belle Epoque. Ma il richiamo più forte, ricordato nei manifesti turistici, è la «Promenade Marcel Proust», tre chilometri di lungomare, con le cabinette in tela, bianche e azzurre, sotto le quali prendere il sole riparandosi dal vento. Cabourg è più sofisticata delle località vicine: la mondana Deauville, con sontuosi alberghi, casinò, locali notturni e corse dei cavalli; la turistica Trouville, con affollati ristorantini lungo il porto e la deliziosa Honfleur, il villaggio più pittoresco.

Ma Balbec-Cabourg non è un paese o un lungomare, bensì un luogo dell’ anima, un paesaggio proustiano, fatto d’ immagini e del riflesso che queste immagini hanno su emozioni e sul ricordo delle emozioni. E’ la luce del cielo, il profumo della campagna, le distese di mare e di frutteti, il passeggio silenzioso sulla riva, in attesa del tramonto.

E’ il mondo che ha ispirato poeti, scrittori e pittori e che continua a richiamare sognatori e artisti in cerca d’ ispirazione. La Normandia di Balbec è un insieme di scorci che possiamo ritrovare nella campagna fiorita, che Proust percorreva in automobile, con l’ autista, segretario e inseparabile amante Alfred Agostinelli, o sulle scogliere di Trouville, meta di una prima vacanza dello scrittore. Agostinelli, «a dorato» da Proust, orientava i fari dell’ automobile perché lo scrittore, di notte, potesse ammirare architetture, paesaggi e cattedrali. La Balbec di Proust, nonostante la propaganda dell’ ufficio del turismo di Cabourg, esiste soltanto nella Recherche, soprattutto nella parte più famosa e più letta, All’ ombra delle fanciulle in fiore, e in Sodoma e Gomorra. Certamente centinaia di quelle pagine furono concepite e scritte proprio al Grand Hotel di Cabourg, dove lo scrittore trascorse numerose estati nel primo Novecento, fino alla scoppio della prima guerra mondiale, quando l’ albergo venne trasformato in ospedale militare.

I recenti restauri hanno ridonato all’ edificio lussi e antichi splendori, anche se, come tutti i grandi alberghi del mondo, non disdegna comitive, congressi e gruppi organizzati.

La camera di Proust, la 414, al quarto piano, che lo scrittore pretendeva per non essere disturbato dai passi degli ospiti durante le sue lunghe notti insonni, è stata ricostruita, con mobili, letto, suppellettili e tende dell’ epoca. Da quella finestra, Proust guardava «il mare calmo, dove i gabbiani sparsi volteggiavano come corolle bianche». «Nessuna camera mi ha mai dato tante sensazioni di atmosfera pulita, naturale, genuina, dove i muri contengono il passato». Negli ultimi anni, sempre più debilitato, scendeva raramente in spiaggia e approfittava ben poco dei piaceri della vacanza, «cosa che dava ancor più il desiderio di ritornarci».

«La camera viene affittata allo stesso prezzo delle altre, ma è sempre prenotata con largo anticipo», precisa il direttore, Michel Benet. Altri si accontentano delle due camere a fianco della 414: erano quelle riservate alla madre e alla nonna di Proust e, negli ultimi anni, alla sua governante, Celeste.

All’ interno dell’ albergo, tutto parla di Proust. Dal grande busto in bronzo sul tavolo della reception agli affreschi con il gruppo di famiglia proustinano dipinti da un pittore che qualche anno fa ha soggiornato al Grand Hotel per sei mesi e forse ha pagato il conto con la sua opera.

C’ è il «ristorante Balbec», genere nouvelle cousine, che vorrebbe ricordare il coté gastronomico-estetico di Proust, il quale, pur amando la buona tavola, ordinava sempre più spesso pollo arrosto e birra gelata, che riteneva un sollievo per l’ asma. I corridoi sono tappezzati di ritratti e fotografie di personaggi famosi: nobili, intellettuali, attori, jet set che hanno soggiornato qui in epoche successive, perpetuando il mito.

Per fortuna, Balbec ha evitato la contaminazione del turismo di massa, la piccola industria di gadget e souvenir fiorita in tutto il mondo nei luoghi celebrati da personaggi famosi. Al Grand Hotel non troverete l’ asciugamano o il portacenere con la faccia di Proust, ma una più raffinata scatola di caramelle con la copertina dedicata alla Belle Epoque.

Proust è nell’ aria, nella magia del paesaggio e nella costante rivisitazione di intellettuali e cultori locali che propongono libri, mostre, conferenze. Di Proust, resta un po’ la sua epoca e si può cogliere quella sua aspirazione, frustrata dalla malattia, ad una vita sana, all’ aria aperta, persino sportiva. Forse per questo, generazioni di lettori continuano a venire qui a ricercarne lo spirito. Nemmeno le comitive di americani, in pellegrinaggio sulle coste dello sbarco, sempre più numerose dopo il successo cinematografico del Soldato Ryan, turbano la sensazione di un turismo d’ altri tempi, romantico e trasognato come il volo di un aquilone o una passeggiata a cavallo sulla lunga spiaggia bianca. Non c’ è il fracasso delle discoteche, ma il sottofondo swing delle orchestrine che improvvisano sul lungomare. Non c’ è la distesa di nudità spalmate di crema solare.

Anche i bagni sembrano quelli di una volta: il vento e l’acqua, freddini anche in agosto, consigliano magliette e costumi interi.

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