Il conflitto di interessi fra giornalisti preoccupati per l’indipendenza del loro lavoro e azionisti intenzionati a ottimizzare le risorse e aumentare i profitti, a scapito spesso della qualità dei contenuti, è un problema più che mai d’attualità.

Euronews, la televisione creata nel 1992 alla fine della guerra del golfo per controbilanciare l’informazione a senso unico proposta dalle reti americane quali CNN, è in crisi profonda. La ragione? L’ingresso come azionista di maggioranza del businessman egiziano Naguib Sawiris, già pronto a passare la palla all’impero dei network NBC. « Che senso ha vendere agli americani un rete la cui natura editoriale era proprio quella di proporsi come alternativa all’informazione made in USA? » dicono irritati i giornalisti della rete europea, preoccupati per il loro futuro. Il piano di ristrutturazione dell’impresa di Sawiris prevederebbe infatti la soppressione di 35 posti di lavoro e i tagli di alcune redazioni fra cui quella Ucraina.

Il caso più clamoroso in grado di incarnare in maniera quasi caricaturale la lotta tra redazioni e azionisti arriva però dalla Francia, con l’incredibile vicenda della rete di news 24h I-Télé.

In mano al magnate Bolloré, già patron della pay tv francese Canal Plus e, dall’aprile di quest’anno, dell’italiana Premium Mediaset, dopo uno sciopero eccezionale durato 31 giorni, I-Télé ha perso 70 dei suoi 120 giornalisti, fra cui praticamente tutti i capo-redattori e tutti i presentatori più celebri. Il braccio di ferro fra  azionisti e giornalisti è cominciata con il licenziamento di Cécile Pigalle, direttrice della redazione, poi passata al gruppo TF1. A giugno, una cinquantina di contratti a termine non sono rinnovati e il congedo non prevede alcuna indennità. Tutta la redazione insorge, con un primo sciopero di quattro giorni. I licenziamenti si riducono a 38 e viene finalmente previsto un indennizzo. Ma la flessione temporanea del gruppo dirigente è solo illusoria. Arriva all’antenna, per decisione della direzione, Jean Marc Morandini. Chi è questo personaggio? Morandini si muove agilmente in quell’universo che si è soliti definire «tv spazzatura », dove a un décolleté taglia quinta si sovrappone una quinta di turpiloquio, dove alla « galassia gossip » si sovrappone il buco nero del voyeurismo che tutto ingloba e fagocita. La televisione francese ama questi personaggi, così come li ama la tv italiana, soprattutto quando è l’audience ad amarli. Quando Morandini appare all’antenna i grafici dell’audience schizzano verso l’alto, disegnandosi come lo skyline di Manhattan. Se l’audience è alta, gli sponsor fioccano come manna dal cielo. Il problema è che Jean Marc Morandini non è soltanto una calamita per l’audience. È anche un personaggio inquisito, sulla cui fedina penale pesano accuse gravissime. Morandini, per decisione del tribunale non può più avvicinarsi a un minorenne da quando Les Inrock, il noto magazine musicale francese, ha pubblicato un’inchiesta in cui diversi giovanissimi testimoni denunciavano l’animatore di molestie sessuali durante i casting di un nuovo programma tv. Secondo le accuse, Morandini avrebbe addirittura fatto ricorso a un falso profilo social, fingendosi una donna responsabile del casting, per comunicare coi minorenni e suggerire di concedere favori sessuali allo stesso presentatore. L’affare è ancora in corso. Alcuni media coi quali Morandini collaborava, tra cui la radio Europe 1, gli hanno esplicitamente chiesto di non lavorare più in diretta, alcune tv non lo hanno più voluto allo schermo.

A questo si contrappone la decisione sorprendente da parte di I-télé, di far presentare a Morandini la trasmissione di gossip tv Morandini Live.

I giornalisti di I-Télé, in massa, dichiarano sciopero e rifiutano indignati  l’arrivo del presentatore. Chiedono la redazione di una Carta Etica, chiedono che Morandini non appaia allo schermo per non compromettere l’immagine del network.

« In quel periodo stavo completando un’inchiesta sui sacerdoti accusati di pedofilia » confida Mathieu Cavada, uno fra i reporter che hanno presentato le dimissioni. « Immaginatevi cosa significava per me continuare l’inchiesta sapendo che la mia tv stava aprendo le porte a un personaggio su cui pesavano le stesse tremende accuse » dice con sarcasmo amaro.

Il 17 ottobre la redazione intera è ferma ma il programma va in onda ugualmente. Gli sponsor la boicottano e all’ultimo minuto vengono reclutati dei cameramen di Canal Plus per filmarla, dal momento che quelli di I-Télé hanno incrociato le braccia. Il 24 ottobre si decide di sospendere la trasmissione fino a che lo sciopero avrà fine. Nel frattempo, la direzione esprime pochissima volontà di negoziare con gi scioperanti. I giornalisti sono invitati semplicemente a presentare le dimissioni. L’unico punto negoziabile resta quello delle indennità di fine contratto, che la rete è disposta a concedere purché i « ribelli » abbandonino la nave I-télé, diventata ormai una sorta di Bounty con i suoi ammutinati. Il personaggio chiave della situazione, è Serge Nadjar, uno degli uomini di fiducia di Bolloré, nuovo direttore di I-télé, la cui missione si esplicita presto: avere una redazione di giornalisti più docili, pronti a fare i conti con gli sponsor corteggiandoli a suon di pubbli-redazionali.

Se Nadjar ha fatto i conti con gli sponsor pubblicitari, non li ha fatti con i giornalisti tutt’altro che disposti a farsi dettare le regole. A I-télé ci sono reporter con venti o trent’anni di esperienza, giornalisti che hanno all’attivo inchieste delicate, così quando si è vociferato che Nadjar avrebbe detto « Fate come diciamo noi e non ci sarà niente da discutere », gli scudi si sono alzati. A sostenere la rivolta dei giornalisti oppressi dagli azionisti e messi in scacco dalle loro scelte finalizzate al solo audience a dispetto dell’etica, c’è praticamente tutto il mondo del giornalismo francese e non solo. Reporters sans Frontières lancia una petizione e si mobilita persino il prestigioso comitato del premio giornalistico Albert Londres, con una lettera pubblica che esprime piena solidarietà.

Intanto, intorno al famoso Morandini si crea una sorta di « cordone sanitario ». La direzione non ha il potere legale di obbligare i dipendenti a lavorare con il presentatore, lascia quindi a quest’ultimi la possibilità di rifiutare. Si crea dunque una situazione surreale: non solo i reporter possono scegliere di non lavorare con lui, ma anche tutta l’équipe tecnica, dai cameramen ai montatori, passando addirittura per i responsabili degli archivi, che possono decidere di non fornirgli le immagini richieste. Se con Morandini ha le mani legate, la direzione infierisce sui giornalisti come può. A metà dello sciopero, viene così deciso, senza l’approvazione dei sindacati,  il trasloco dei giornalisti di Direct Matin (altro media della galassia Bolloré, molto più « commerciale » di I-télé) nelle sale di I-télé. I redattori di quest’ultima vedono così messi sotto sopra i loro spazi lavorativi, vengono buttati via effetti personali, fotografie di famiglia, l’azione ha i connotati di un blitz. In fretta e furia, una nuova insegna sostituisce quella di I-télé sulla facciata dell’edificio. La redazione si chiamerà provvisoriamente News Factory. Le lettere sono incollate in fretta e male, tanto che una piomberà a terra, sfiorando ed evitando di qualche centimetro un’impiegata che stava uscendo dai locali. Dopo un mese di sciopero, Mathieu Cavada ha buttato la spugna, come altri 70 suoi colleghi, rendendosi conto che le cose non sarebbero cambiate, che gli azionisti non avrebbero mutato direzione. « È stato estremamente doloroso, non mi capita spesso di piangere, ma ricordo l’ultima riunione, quella in cui insieme ai colleghi abbiamo deciso di mettere fine allo sciopero. Ero in lacrime, e non ero il solo ». Piangono i giornalisti di I-télé, ma piange anche tutto il mondo del giornalismo, ucciso a fuoco lento e snaturato ogni giorno dal cinismo delle leggi del mercato.

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