A Calais, sulla Manica, hanno fatto un muro per proteggersi dai migranti. Quando non si sa più come ragionare, si ragiona come i primitivi, a suon di pietrate. Qui le pietre le hanno utilizzate per tirare su una piccola muraglia, che a differenza della Grande, dallo spazio non è visibile, se non dalla confusa galassia di chi crede che quattro mattoni possano mettere un termine a un fenomeno epocale come la migrazione di decine di migliaia di persone dal sud al nord del mondo.

Chissà se penseranno a costruire un secondo muro per bloccare un’invasione ben più pericolosa, quella di quintali di scorie radioattive, stoccate negli anni Cinquanta-Sessanta in fusti ormai aggrediti dalla corrosione marina, nel mare della ridente isoletta di Aurigny (Alderney in inglese).

L’aspetto dell’isola nella Manica, facente parte del bell’arcipelago delle isole anglo-normanne, è paradisiaco: spiagge selvagge, mare color cobalto, un borgo, Sainte Anne, dove le case a tinte pastello si raccolgono una sull’altra. Questa è un lato della medaglia, quello positivo. Poi c’è l’altro, quello oscuro, che diverse associazioni ambientaliste, Greenpeace in testa, denunciano da una decina d’anni nell’indifferenza generale.

Nella fossa delle Casquettes, un abisso in prossimità dell’isola, a soli 15 chilometri dalle coste francesi, sono stati stoccati dagli inglesi 28.500 fusti di materiale radioattivo, dal 1950 al ’63 o giù di lí. Ora i fusti si stanno aprendo. Alcuni team scientifici intervenuti in zona hanno analizzato le acque trovando dei valori di radioattività molto alti. I fusti conterrebbero 58 trilioni di becquerel. Gli standard dell’Unione Europea accettano una soglia di 10 becquerel per litro d’acqua per determinarne la non-pericolosità. Intanto, tra Aurigny e La Hague, i casi di tumori infantili e leucemie sono in sensibile aumento, superiori alla media nazionale francese. Ma i fusti corrosi sono per ora solo una piccola parte. Cosa succederà quando la maggior parte rilascerà il suo contenuto letale nelle acque della Manica?

Diversi media francesi e tedeschi hanno dedicato reportages su questa spada di Damocle che incombe sulle zone costiere della Manica, la tv Arté aveva realizzato un documentario qualche anno fa e il giornale tedesco Spiegel aveva ripreso l’argomento. Nulla però è stato fatto finora per mettere in sicurezza i fusti, depositati a 124 metri di profondità. Il loro spostamento è giudicato pericoloso. Non resta che attendere.

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