Com’é oggi il comune sentire della Francia che Fillon (forse) governerá domani? 

“L’atteggiamento dei francesi verso la mondializzazione è caratterizzato da persistente sfiducia nel presente e pessimismo costante sul futuro del Paese e dei loro figli”. Cominciava così il rapporto sulla “Francia e la mondializzazione” scritto qualche anno fa da Hubert Vedrine. Il rapporto gli era stato commissionato dall’allora presidente Sarkozy, che ha stima e considerazione per l’ex ministro degli esteri socialista. Diagnosi condivisa, quindi difficilmente smentibile.

Naturalmente, pessimismo e sfiducia dei francesi non sono un problema di psiconalisi. Un detto li definisce “italiani di cattivo umore”. La percezione di sé e del mondo esterno influenzano cultura e identità nazionale, elezioni e scelta del presidente, in una certa misura la politica interna ed estera. A volte, sono un problema per il mondo esterno.

Il trattato di Maastricht rischiò la bocciatura, nonostante l’impegno di Mitterrand. La costituzione europea è stata affossato per volontà francese. Europa e mondializzazione aleggiano come fantasmi sulla campagna elettorale. La crescita dell’estrema destra di Marine Le Pen non può essere considerata soltanto xenofobia latente o neofascismo se diventa il primo partito fra gli operai e fa concorrenza alla destra gollista. E’ anche espressione di disagio sociale e chiusura al mondo esterno. E’ ormai un grande schieramento (sei milioni di voti) che vorrebbe l’uscita dall’euro e innalzare barriere ai confini della “patria”. Fillon ne dovrà tenere conto. Per vincere e per governare domani una Francia sicuramente più ripiegata su sé stessa di quanto non sia già oggi.

La maggioranza dei francesi pensa che la mondializzazione sia più un problema che un vantaggio e che l’Europa – o almeno l’Europa del rigore di bilancio  – metta in pericolo il loro sistema di diritti e protezioni sociali garantito dallo Stato. Uno Stato che simboleggia primati, identità nazionale e una storia di diritti e valori universali che pretendono anche di esportare. Essendone orgogliosi.

Il fatto che molti di questi primati siano perduti o in erosione (basti pensare alla scarsa diffusione della lingua, alla perdite di quote di mercato, alla pessima bilancia delle esportazioni) contribuisce al pessimismo, non favorisce una presa di coscienza della realtà e quindi il rinnovamento delle ambizioni o l’accettazione di un rispettabile ruolo di media potenza e patner paritario fra i grandi d’Europa. Ruolo che la Francia continua ad avere, legittimato dal passato coloniale e imperiale, dal posto nel consiglio di sicurezza dell’Onu, dall’essere all’origine dell’ideale europeo.

La paura del futuro e la perdita di fiducia ha il suo sfogo in cadute di stile e in eccessi di arroganza, che stimola un eccesso di caricature sulla boria gallica.

Stendhal già faceva una distinzione fra l’orgoglio, che si accontenta del proprio ego, e la vanità, che ha bisogno dell’ammirazione degli altri. Il comune sentire della Francia odierna fa sbiadire alcuni valori di massa. La fiducia, laica e razionale, nel progresso, che è al cuore del secolo dei Lumi, ha il suo rovescio nella nostalgia del passato. Il principio dell’égalité (colorato di fervore giacobino e rivoluzionario) sconfina in rabbiosa avversione per lussi e guadagni di borsa e in vecchio riflesso anticapitalistico per la “dittatura” dei mercati finanziari. E’ il riflesso di una sinistra nemmeno più marxista, soltanto barricadiera e indignata, che ha drammaticamente affossato il cammino di Hollande sulla strada del riformismo socialdemocratico.

Naturalmente, tutti sanno che esiste una Francia all’avanguardia industriale e scientifica, che si è conquistata un posto di primo piano nel mondo : la Francia della moda e del lusso, dello spazio e del nucleare, della ricerca scientifica, delle straordinarie innovazioni tecniche e delle università di fama internazionale. Soffre delle resistenze e delle chiusure del Paese, ma per intellettualismo compassionevole se ne fa carico. Anche perché il modello statale impedisce di esondare alla pentola dei malumori in ebollizione.

La Francia è il Paese che, dopo gli Stati Uniti, ha il numero maggiore di sedi diplomatiche (158 oltre alle rappresentanze permanenti),  oltre a una rete straordinaria di istituti scolastici e centri culturali che pretendono di preservare la cultura e la lingua, al punto che i francesi stentano a comprendere l’utilità di parlarne bene un’altra, salvo il crescente numero di giovani francesi che preferiscono le università americane e inglesi.

Al di là di demeriti ed errori caratteriali, che ne hanno minato credibilità e parabola politica, Sarkozy è stato il presidente che ha più diagnosticato la malattia francese e cercato di curarla, forse anche perché il programma era stato scritto da Fillon. E’ stato Sarkozy a riportare la Francia in Europa e a avviare riforme strutturali che potrebbero evitare il declino. L’immagine e l’arroganza muscolare non lo hanno aiutato, ma ha avuto il coraggio di dire qualche verità ai suoi concittadini.

Purtroppo per lui e per la Francia, non è stato capace di padroneggiare la “rivoluzione conservatrice” che è nei cromosomi del Paese. Sotto i colpi della crisi europea e in piena campagna elettorale, Sarkozy è rimasto al bivio fra verità scomode e il placebo delle ambizioni irrealizzabili. Anche le iniziative di politica estera riflettono impulsitivà del presidente e condizionamenti della storia francese.

A Sarkozy va il merito di aver fatto uscire l’Europa stessa dal “coma” con il trattato di Lisbona, versione minimalista della più ambiziosa costituzione. Come presidente di turno dell’Unione, ha spento con grande energia il conflitto fra Russia e Georgia. Di fronte alle gravi crisi finanziarie, ha convinto i grandi della terra della necessità di strumenti di governance più allargati del G8. Il presidente in carica ha sancito il rientro della Francia nel comando integrato della Nato, mettendo fine a quella “politica della sedia vuota” determinata dalla visione dell’Alleanza del generale de Gaulle. Ha ricucito il rapporto con gli Stati Uniti, dopo la crisi al tempo della guerra in Irak, emblematico esempio della difficoltà della Francia di stabilire la misura del proprio ruolo nel mondo.

Sarkozy è la stessa persona che riceve in pompa magna Gheddafi e che guida l’attacco militare a Tripoli. La Francia è il Paese capofila dei diritti umani, ma tiene rapporti con dittatori e oligarchi che hanno tesori immobiliari e importanti investimenti a Parigi. E’ il Paese che non ha capito la primavera araba e poi l’ha cavalcata in prima linea, lasciando il compito di apripista allo scrittore Bernard Henri-Levy, cliché d’intellettuale in trincea, secondo tradizione francese.

E’ il Paese che non potendo allargare la propria sfera d’influenza in Europa ha cercato di essere motore dell’Unione del Mediterraneo. Disegno ambizioso, ma rimasto sulla carta, nell’indifferenza di molti, Germania in testa. Prima concepito come dialogo con i regimi esistenti e poi ripensato sulla caduta degli stessi. Al tempo stesso, la Francia, per calcoli di politica interna, ha chiuso le porte dell’Europa alla Turchia, come se fosse secondaria la politica di Ankara nel Maghreb.

Sarkozy ha cercato con qualche successo (Costa d’Avorio) di chiudere la pagina del paternalismo post coloniale e di scrivere quella dei rapporti paritari. Ma il rapporto con il mondo arabo e musulmano – a causa della presenza in Francia di una grande comunità – resta complicato. Sarkozy è stato il primo presidente a far entrare nel suo governo personalità uscite dall’emigrazione, di origine non francese e non bianca : difficile immaginare una replica con un Fronte nazionale così forte e agguerrito.

La Francia, dopo il tramonto della grandeur gollista, cerca di attuare una politica d’influenza, che è anche il prodotto di una grande storia, che surroghi una politica di potenza velleitaria. La misura è ancora l’Europa, dove la Francia sa di essere protagonista senza essere egemonica. Il rapporto con la Germania è solido. Come in passato, il “motore” dell’Europa ha funzionato indipendentemente dal colore politico dei protagonisti. La nuova geografia politica complica un po’ le cose.

Ai francesi inoltre il paragone con un Paese che più ricco, più efficiente, più sobrio, più produttivo e risparmioso non piace. Statistiche e confronti vengono accompagnati da avvertenze : “ci sono cose positive e altre che non appartengono al nostro modo di essere”. Laurent Fabius, ex ministro degli esteri nel governo di Hollande, diceva : “Noi francesi non siamo tedeschi che parlano francese.”

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