Dietro al “dibattito da ombrellone” dell’estate 2016, le vere ragioni di chi diceva no. 

Manuel Valls, le gote arrossate da un accesso d’ira funesta, tirò persino in ballo la Marianna,  dicendo che il simbolo della République non si vergognava di apparire a seno nudo. Si è sentito di tutto quest’estate, a proposito del burqini, come se attorno a quel pezzo di stoffa si condensassero tutte le contraddizioni di una società laica che vuole assicurare la protezione di tutti i culti, ma che non sa bene che pesci pigliare con un culto, l’Islam rigorista dei salafiti, che invece proprio della laicità non sa che farsene.

Sono stati scomodati tutti, dai blogger agli accademici di Francia quali il filosofo Finkelkraut, per analizzare la questione, ognuno ha espresso la sua opinione e si è finito, in seguito al “no” sul fermo dei sindaci al burqini espresso dal Consiglio di Stato, per dare degli islamofobi a chi non voleva il costume da bagno “islamista” e dei probi a chi lo aveva accettato, Emmanuel Macron in testa, preso dalla sua ambizione presidenziale da raggiungere imboccando la corsia rapida del “politically correct”. Ma la questione è davvero così semplice? Quali sono le vere ragioni per cui molti Francesi dicevano no? Quali differenze con la società italiana? Nei giorni del primo anniversario dell’attentato terrorista al Bataclan e dei dibattiti animati delle primarie repubblicane, la “polemica da ombrellone” dell’estate 2016 torna a farsi viva, riemerge col suo carico di paradossi. In Italia, saggiamente il giornalista Fulvio Scaglione aveva puntato il dito contro l’ipocrisia di Hollande, che da una parte all’inizio pareva accettare il divieto al burkini (il presidente verrà ricordato come una sorta di “Re Tentenna” nella storia di Francia) e dall’altra non lesinava business a suon di petrodollari con gli sceicchi sauditi, esportatori, oltre che di petrolio, anche di wahabismo, una delle correnti più radicali dell’Islam.

Finkelkraut, lui, evocava un aspetto paradossale della questione: a difendere il burqini sembravano essere in prima fila proprio i cultori del “vivere insieme”, quando l’incriminato costume da bagno, secondo il filosofo, rappresentava tutto il contrario, ovvero la deriva settaria di un Islam ripiegato su se stesso e ostile all’integrazione. (Causeur, 6-9-2016)

Importanti considerazioni da fare, riguardano le differenze tra la società francese e quella italiana. In Italia c’é un’immigrazione tutto sommato giovane, in Francia, la popolazione comprende cittadini di origine maghrebina o mediorientale che vivono sul suolo francese da generazioni e generazioni. Il divieto dei sindaci avallato da Valls prendeva di mira soprattutto le giovani che fino a due o tre anni fa non sapevano nemmeno cosa fosse un velo integrale e si sono radicalizzate negli ultimi tempi, spesso in contrasto con la famiglia d’origine. Il problema dunque, non sono le donne velate in sé, ma il numero sempre maggiore di esse in Francia, causa diretta di un fenomeno intenso di radicalizzazione che riguarda soprattutto i ventenni in cerca di identità, su cui gettano la loro influenza gli imam  rigoristi, spesso finanziati dall’Arabia Saudita. il wahhabismo spinto dalla monarchia saudita  sta investendo un enorme quantità di denaro in Europa. Wahhabiti e Fratelli Musulmani si destreggiano in un doppio gioco, da un lato la ricerca di una legittimizzazione da parte delle autorità e dello stato francese, dall’altra, l’appoggio a imam dai propositi lugubri come quello di Brest, Rachid Abou Houdeyfa (“chi ascolta musica è un maiale” pronunciato durante una predica precedente agli attentati del 13 novembre, o ancora “una donna che non porta il velo non deve stupirsi se viene aggredita dagli uomini”). La radicalizzazione di migliaia di giovani provenienti da famiglie che fino ad ora avevano praticato un Islam moderato, talvolta famiglie laiche o la conversione a un islam radicale da parte di ragazzi provenienti da famiglie non-musulmane, è un fenomeno ancora poco presente in Italia, basti pensare al numero di foreign fighters partiti per la Siria nelle file dell’Isis, nella penisola italiana decisamente pochi rispetto ai numeri impressionanti d’oltralpe. I giovani francesi radicalizzati sono la generazione autodefinitasi “anti-Charlie” con una certa fierezza, sono quelli che si sono rifiutati di alzarsi nelle scuole per il minuto di silenzio dopo il massacro a Charlie Hebdo e dopo il Bataclan, sono le ragazze come Asma, la cugina del “cervello” della strage di Parigi, finita ammazzata nel blitz di Saint Denis, una ragazza che andava a ballare con un cappelo da cow boy l’anno prima  e l’anno dopo si infilava il velo integrale.

Per molti Francesi, rivendicare il “no” al burqini significava affermare  che questo, così come il niqab, sono nemici del mondo occidentale quanto lo sono dell’Islam. Identificare l’Islam con la sua parte più intransigente, non significa rispettare una tradizione, ma accettarne le sue derive settarie. È interessante ritrovare su Liberation cosa scrisse l’editore egiziano Aalam Wassaf sui pericoli del wahabismo, oppure riflettere sulle opinioni espresse dallo scrittore tunisino Daoud sul porno-islamismo. Persino Salman Rushdie ci si é messo, dicendo che probabilmente, a causa del suo strenuo difendere i principi di una civiltà laica figlia dei Lumi,  oggi verrebbe considerato islamofobo.

C’è poi il discorso femminista.  Per molte francesi che hanno combattuto per i diritti delle donne issandosi sulle barricate del ’68, tollerare il burkini ( o il velo integrale) significa tollerare una mentalità che considera normale che una donna si copra da capo a piedi perché altri la considerano -o essa stessa si considera – impura. Non é un discorso islamofobo. Anche le nostre bisnonne andavano in spiaggia coperte fino alle caviglie, non erano musulmane, ma figlie di quella  cultura patriarcale di cui tentiamo di sbarazzarci da circa un secolo (non sempre con risultati brillanti). I diritti umani comprendono il diritto alla libertà di esercitare il proprio culto. Giustissimo. Ma come si fa quando proprio quel culto, nella fattispecie l’Islam più intransigente,  é il primo a non rispettare questi famosi diritti umani, in primis la parità tra uomo e donna?

Paradossalmente, l’islamofobia affiora in quel pensiero che assimila i musulmani  a una massa  di retrogradi da difendere e tutelare come il “buon selvaggio” ai tempi dell’antropologo  Levi-Strauss. Ci sono moltissimi, innumerevoli musulmani  che vedono il burkini come una cosa grottesca. Lasciamo stare i salafiti per cui il burkini é “troppo moderno”. Si parla degli altri, di quelli che nei media hanno poca voce in capitolo.  Eppure, fra i musulmani europei, quelli più permeati di cultura laica, sono la maggioranza, come lo sono fra i cristiani. “Sarebbe ora di tendere la mano anche ai musulmani laici, esistono e sono numerosi”: sono le parole di Zineb El Rhazoui, giornalista marocchina impiegata a Charlie Hebdo e sopravvissuta al massacro del 7 gennaio scorso. Il microfono delle rivendicazioni va tuttavia solo alla minoranza che vorrebbe imporre una visione rigorista. E’ un po’ come se da domani tutti difendessero a spada tratta i diritti degli ebrei ultraortodossi di Gerusalemme est, quelli che vorrebbero bruciare tutte le discoteche gay di Tel Aviv (possibilmente coi gay dentro) e riducessero il mondo ebraico a questa comunità. Quella minoranza intransigente tuttavia, é rumorosa, e cresce in maniera esponenziale, per questo i Francesi continuano a stare sul “chi vive”, per questo in molti hanno detto “no” al burqini, mai apparso prima ad oggi sulle spiagge francesi. Alcune donne di origine maghrebina da me intervistate sul lungomare di Cannes per il settimanale Famiglia Cristiana , uno dei Comuni interessati dal divieto hanno messo il dito sulla questione-chiave: “non si può parlare di cultura o di tradizione visto la maggior parte delle madri di queste ragazze coperte sono sempre andate in spiaggia vestite di un costume da bagno ordinario, non è cultura, è rivendicazione”. Come dice Gilles Kepel, autore de “Terreur dans l’Hexagone”, la Francia è uno dei Paesi più accoglienti del mondo, ma lo scopo degli islamisti è quello di appoggiare una propaganda che dia un’immagine dei Francesi razzista e intollerante. Il vittimismo è una strategia vincente perché i musulmani maturino una diffidenza verso i propri concittadini e si raccolgano in un comunitarismo nefasto per il “vivere insieme”. Ne è convinto anche Patrick Amoyel, psichiatra fondatore dell’associazione di Nizza Entr’autres, specializzata nella de-radicalizzazione dei giovani musulmani caduti nella spirale infernale del fanatismo religioso. “Il vittimismo va di pari passo con le teorie del complotto, con l’antisemitismo: è il terreno fertile per l’affermarsi di un’identità religiosa estrema e isolata dal resto della società” ha spiegato Amoyel durante una conferenza a Parigi a settembre. Difendere il burqini per difendere “la libertà delle donne musulmane” è stato visto da molte musulmane francesi come un autentico e assurdo paradosso. La risposta di Fatiha Saoudi al fondatore di Mediapart Edwy Planel (quest’ultimo affermò che il burqini era una tenuta  come un’altra) esprime molto bene questo sentimento: “A sentirla parlare di libertà delle donne musulmane così, dal pulpito di in una democrazia centenaria ove le libertà individuali sono sacre, sento i capelli drizzarsi sul mio capo non velato. (…) No, signor Plenel, il burqini non è una tenuta fra tante, so di cosa parlo visto che sono una donna di cultura musulmana residente in un Paese, il Marocco, dove l’Islam è religione di Stato. Vivo in un paese dove le donne si sono battute strenuamente per avere più libertà e fare sentire la propria voce e continuano in questa battaglia coraggiosamente nonostante il governo attuale sia a maggioranza islamista. I loro diritti, in questi tempi dove la pratica dell’Islam è più ostentazione che devozione, non sono al riparo dalla regressione.” In nome di questo stesso sentimento, molti hanno detto no al burqini. La polemica intanto, con le elezioni che si avvicinano, si infuoca di nuovo.

Eva Morletto

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